Lo Stato Sociale

Turisti della democrazia

2012 (Garrincha Dischi) | pop

Ai tassisti di tutta Italia, ai farmacisti, ai notai, ma anche ai lavoratori flessibili, sì parliamo anche a voi cari co.co.co. Cosa sia lo stato sociale, il Welfare State, magari non l'abbiamo/avete mai davvero avuto a fuoco. Spiegamolo una volta per tutte, "famolo" semplice, chiaro ed elementare. E ce lo facciamo dire con le canzoni. Canzoni che parlano di quotidianità, tra citazionismi vari (Blur, Apparat), depressioni esistenziali, un po' di voglia di scappare e di rimanere a risolverli questi problemi, di occhiali da pentapartito e mille altre cose. Del resto, c'è più vita in cinque amici veri che appena possono corrono a far baldoria su e giù per lo stivale, accalcati come sardine nell'auto di papà, che in cento aperitivi consumati nel localino trendy di turno con cinquanta conoscenti perfetti sconosciuti il giorno dopo. Diciamo anche questo. Diciamo anche che Lo Stato Sociale è una band tutta particolare. Diciamo che per questi cinque ragazzi l'amicizia è tutto. Essere viscerali ed essere pienamente se stessi sul palco, è la regola numero uno. Regola numero due fregarsene dei tempi, delle tendenze, del groove psicolabile, del richiamino d'oltremanica, del motivetto due accordi per cuori dispersi e della critica. Esatto. Fregarsene anche della critica, di noi che magari scriviamo "cose incomprensibili", come affermava a suo tempo anche Sua Maestà Frank Zappa (che Dio lo benedica in ogni momento). La regola numero tre è rigare dritto e rincarare la dose. Sempre e comunque.

Con "Turisti della democrazia", questi cinque allegri "ragazzuoli" superano ogni steccato, lasciando a casa tutti i compromessi con l'industria discografica pseudo-underground, ma soprattutto con tutta la ciurma indie rimasta per troppo tempo stesa al sole come aspiranti veline sul primo yacht per Punta Lada. Nel primo long playing dei bolognesi si liberano in alto undici filastrocche pungenti e inafferrabili come un'ape impazzita e ormai troppo lontana dal proprio alveare. È dunque subito drum machine sugli scudi in "Abbiamo vinto la guerra", seguita dall'elettro-pop tagliato male di "Mi sono rotto il cazzo", (s)confessione sincera eretta a status symbol interiore di una gioventù stanca di questa società moderna (?) che trasuda ipocrisia da ogni poro, nascondendosi come una capra impaurita nel fin troppo comodo qualunquismo dell'etere. E se il piglio britpopparo - quello giusto - di "Vado al mare" scade forse alla distanza, ci pensa "Sono così indie" a riprendere le fila del discorso, declinando tutti i luoghi comuni del microcosmo - ma nemmeno più tanto micro - indipendente.

I deliziosi tre minuti freno a mano tirato di "Maiale", intrisi di tepori chilly, segnano la svolta dell'album. Da qui si infila una tripletta fenomenale: "Ladro di cuori col bruco" indovina tutto. Parte con cassa decisa in 4/4, voce in recitato decisa e suadente, e in un climax continuo si consuma una scia eurodance che ti riporta indietro di quindici anni, prima che "Amore ai tempi dell'Ikea" getti le basi per il momento romantico del disco, in un intreccio di profluvi d'amore tra scuola Morr Music e il Canada. "Quello che le donne dicono" sembra "Nord Sud Ovest Est" degli 883 con dentro Perturbazione e la Lambada. La già cliccatissima "Pop" e l'elettro-mestizia di "Seggiovia sull'oceano" chiudono l'album alla stregua di un clown in preda a un delirio di sapienza.
Buon Souvenir.

(28/01/2012)

  • Tracklist
  1. Abbiamo vinto la guerra
  2. Mi sono rotto il cazzo
  3. Cromosomi
  4. Vado al mare
  5. Sono cosi indie
  6. Maiale
  7. Ladro di cuori con bruco
  8. Amore ai tempi dell'Ikea
  9. Quello che le donne dicono
  10. Pop
  11. Seggiovia sull'oceano
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