Alexandr Vatagin

Serza

2013 (Valeot) | glitch, post-rock

L’austriaco violoncellista Alexandr Vatagin, già collaboratore, supporter e amico dei Port-Royal, ma già con ensemble d’avanguardia post-rock come Tupolev e Slon, debutta solista con un paio di mini album, soprattutto basati sulle rielaborazioni del suo cello, “Valeot” e “Shards”.
Il suo primo album lungo (ma in realtà di nuovo breve) è “Serza”, con cui allarga la sua palette dalla meditazione solitaria a una composizione a tutto tondo, che abbraccia timbri e strumentisti variegati, e soprattutto si permette istanze realmente autoriali, di direzione artistico-musicale, e di compositore di spessore.

A parte la prima cavatina elettroacustica di “Elisa”, e quando non filtrato nella coltre d’interferenze e sfrigolii digitali, il suo cello si ode raramente. “Bows and Airplanes” è una natura morta silenziosa di umori elettronici e stasi alla Talk Talk, laddove si stagliano accordi e arpeggi acustici e nuvole d’organo, senza una reale successione armonica, fino a un muro di distorsione che ne mostra crudelmente il risvolto drammatico.
I brani, per una strana forma di coerente incoerenza, si chiamano l’un l’altro. La più complessa è forse “Elbe”, con la sua nebulosa oscillante in crescendo aurorale di volume e addizioni e disturbi che si trasforma in gloriosa sonata post-rock, e in pochi secondi si sgretola in un silenzio di echi spenti, ed ha comunque la forza di rigenerarsi con tanto di sovratoni tropicali. La stessa formula pervade “Mantova” (intro ambientale che genera una sonata jazzy e poi si spegne), ma poi si collega al piano solitario di “La Douce”, tra interferenze attonite, una “fuga” scomposta di sorgenti multiple, finchè emerge il cello dell’autore a far fiorire la glaciazione.

I fremiti e i tremori sinistri e le dissonanze sempre più accentuate in “March of the Dancing Barriers” evocano sia il fragore industriale che il vuoto cosmico, quindi ritorna il piano di “La Douce” dando luogo a una sonata surreale. “Different” apre con intenti religiosi che si fanno subito horror, quasi dadaisti per i microsuoni casuali che aprono dissonanze e dialoghi col silenzio più assoluto. Il duetto finale (una chitarra flamenco e il canto dolente del cello) è il preludio alla stasi finale di suoni purissimi.

Con la sua personale forma-suite, che dà senso forte a segni fatti cadere in un vuoto stridente, a idee lasciate a metà e pure fatte scomparire, è un disco - uno dei più lirici e melanconici di tutto il glitch - basato su strumenti “invisibili” e strumenti tradizionali, usati come comparse di una pièce teatrale misteriosamente attutita. Molti ospiti: Hideki Umezawa, Fabian Pollack, Martin Siewert, James Yates (batteria in “Elbe”), David Schwaighart, Peter Holy (il piano di “La Douce”), Iukas Scholler, Giulio Aldinucci (scolpisce “Different”), e non ultimi gli stessi Port-Royal nella traccia che li cita esplicitamente. Tre anni di lavorazione. Quindicesimo parto della sua personale Valeot Records.

(30/04/2013)

  • Tracklist
  1. Elisa
  2. Bows and Airplanes
  3. Elbe
  4. Mantova
  5. La Douce
  6. March of the Dancing Barriers
  7. Insomnia with Port-Royal
  8. Different
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