Indelicates

Diseases Of England

2013 (Corporate) | pop-rock

Li avevamo lasciati un paio di anni fa alle prese con un’ambiziosa quanto controversa country-rock-opera e li ritroviamo oggi in una fase di assoluta bagarre espressiva e repentino ripiegamento stilistico: orgogliosi come sempre della propria diversità e allo stesso tempo condizionati da un coacervo di irriducibili contraddizioni, esplosivi per attitudine ma irrimediabilmente auto-sabotati da quella loro cronica incapacità di scegliere una direzione chiara per seguirla poi con abnegazione e profitto. Gli Indelicates tornano sulla lunga distanza con la versione assemblata dei tre EP intitolati “Diseases of England”, finanziati con i fondi dei preorder e pubblicati nell’arco degli ultimi sei mesi dall’etichetta di famiglia, la Corporate, seguendo un ordine bislacco (esordio con la seconda parte, poi la prima, quindi la terza) solo in apparenza, vista la differenza qualitativa (e il relativo trend decrescente) delle singole porzioni. Ricomposto secondo la scaletta originariamente preventivata, il quarto album della band del Sussex si offre in una successione graduale che valorizza l’impronta eterogenea portata in dote dalle canzoni presentandola in una forma sì iridescente ma armonica e lineare, nei limiti del possibile.

La partenza, occorre dirlo, è di quelle spiazzanti ma non particolarmente convincenti. “Bitterness is the Appropriate Response” introduce l’ascoltatore nel clima da basso impero della morbosa Inghilterra cui allude il titolo della raccolta, ma lo fa dirottando la vena arrabbiata del gruppo verso un electro-rock non proprio entusiasmante, spianato da ritmiche martellanti e sporcato da screziature di synth scure e pacchiane, per quanto funzionali, che si rivelerà col senno di poi il solo (e necessariamente il più ardito) approccio evolutivo a livello di sound dell’intero disco. Ne esce una tirata delle loro, rutilante e fin troppo eccessiva a differenza della susseguente “Pubes”, proposta in un’insolita veste darkwave e puntellata a dovere dall’estro schizoide di Julia come dal gustoso falsetto di Simon che ne esaltano tutta l’ironica ostilità. Volgarità, ignoranza, cinismo e vacuità, promossi dallo strapotere di media vecchi e nuovi, tornano a vestire con prepotenza i panni degli indiscussi protagonisti in uno spaccato polemico che conserva intatto l’acume delle loro prove migliori. Per fortuna è assai rimarchevole anche il prolungato frangente in cui riprende ad assisterli, quasi fosse una benedizione, quell’equilibrio prezioso che nelle prime battute – sull’onda lunga di “David Koresh Superstar” – pareva essersi perso.

Non è solo questione di tematiche. E’ la loro indole a costringerli su binari attraversati già più e più volte. Nell’amarezza non dissimulata ma neppure esacerbata di un autoritratto come “We Are Nothing Alike” si recupera la leggerezza di alcuni degli episodi di “Songs For Swinging Lovers”, ed è un bel (ri)sentire. Allo stesso modo la paradigmatica “Everything Is Just Disgusting”, a chiusura di una seconda frazione davvero superlativa, consente agli Indelicates di perseverare anche nel nuovo lavoro con uno dei loro inconfondibili inni da beautiful losers (sul filone delle “We Hate The Kids” e delle “Anthem For Doomed Youth”), impregnati di struggente nichilismo e sconfinata disillusione quanto basta per intossicare chi ci si affezioni. In “Class” prevale invece la vocazione a una cupa e truce teatralità – brechtiana, rimarcherebbero loro – con Simon chiamato a rispolverare le inflessioni sgradevolmente corrosive della vecchia “Europe”, prima di stemperarne il livore in quella sorta di vaudeville espressionista e crepuscolare che è da sempre nelle loro corde. E sempre Simon gioca da mattatore quando in “Le Godemiché Royal” parla senza freni di vibratori e voyeurismo con voce da crooner à la Morrissey, abbracciando quasi con avidità il cliché e lasciandosi sospingere dall’alito di un romanticismo affettato e prossimo ad avvizzire. Ancora una volta l’enfasi decadente dona una marcia in più al gruppo inglese, colpevole sin qui forse solo d’eccessivo autocitazionismo, ma senz’altro convincente.

Julia, va detto, non resta a guardare. Serve al meglio il compagno d’arte e di vita tra pianoforte, fiati e cori, prima di riprendere il timone in una doppietta da knock-out tecnico. Comincia con l’elegante inno all’amore maltrattato di “All You Need is Love” (nessun richiamo ai Beatles), affidandosi a una posa melodrammatica che evita con talento la maniera e rifulge nell’accompagnamento dell’harpsichord e di un mandolino svolazzante. Rincara quindi subito la dose nel voce e piano malinconico d’altri tempi di “I Used To Sing”, con l’incanto della sua grazia a tutta, dal quale esce credibile quanto una Neil Hannon in gonnella: in entrambi i casi una prova di virtuosismo cristallino e felice scrittura pop, cui giova senza dubbio la sapienza nel non farsi prendere la mano e forzare. In “Diseases of England” risplende insomma tutta la superba arte di una delle compagini più dotate e coraggiose dell’attuale panorama alternativo inglese. Peccato che con le innegabili discontinuità affiorino anche tutti i loro limiti conclamati, in un disco che cala alla distanza e arriva al traguardo con il fiato corto e con più mestiere che cuore. Dopo un segmento centrale di grande suggestione, classico e imprevedibile, raffinato ma antiaccademico, arriva la maggior essenzialità di un fragile duetto (“Enemies”) che ricorda le primissime cose della band e deprime un po’ l’atmosfera: apprezzabile come pegno d’autodisciplina, destinato però a sfigurare per la sua indubbia consistenza da filler.

In “Dirty Diana” Julia si rifugia nella sicurezza e negli automatismi di un nuovo, svenevole capriccio, ma i suoi ghirigori vocali in sinergia con i mugugni nel sottofondo baritonale curato dal compagno non riscattano il brano da una pesante sensazione di artificio didascalico che non desta meraviglia. Simon prova a emendarsi con un passaggio molto più asciutto, il voce e piano col freno a mano tirato di “Not Alone”, in cui il gruppo pare specchiarsi non senza compiacimento. Manca un po’ di mordente. E la situazione non migliora in chiusura con il folk dal sapore fortemente british di “Dovahkiin”, che ambisce al sing-along ma si perde in una pozzanghera didascalica e autoindulgente.

La vistosa flessione finale limita insomma le potenzialità di un album comunque, come da tradizione del gruppo di Brighton, interessante e ricco di spunti anche colti. Gli Indelicates restano una gemma da custodire gelosamente e per la quale è difficile non provare una genuina simpatia. Questa volta non si può nascondere però anche un pizzico di delusione, avendo i Nostri nuovamente fallito l’appuntamento con il possibile disco della consacrazione. Scommettere su di loro, d’ora innanzi, potrebbe comportare maggiori azzardi.

(02/06/2013)

  • Tracklist
  1. Bitterness is the Appropriate Response
  2. Pubes
  3. We Are Nothing Alike
  4. Le Godemiché Royale
  5. Class
  6. All You Need Is Love
  7. I Used to Sing
  8. Everything Is Just Disgusting
  9. Enemies
  10. Dirty Diana
  11. Not Alone
  12. Dovahkiin
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