Karl Bartos

Off The Record

2013 (Bureau B) | techno-pop

Se pensiamo a un complesso musicale come a un corpo umano, in cui i singoli componenti sono gli organi che lo fanno funzionare, Karl Bartos, per i Kraftwerk, era il cuore. Il fatto che nel 1990 se ne sia andato, sbattendo la porta del Kling Klang in cui era rinchiuso da troppo tempo senza produrre dischi, è stato un brutto affare per lui, ma anche per i suoi compari. Il cuore non se la passa granché bene senza il cervello che gli trasmette degli input, e così quest’ultimo, che viene privato della sua pulsione vitale.

Il risultato (senza dimenticare la defezione dell’altro “essere umano” del combo, quel Wolfgang Flür che nell’autobiografia “Ich war ein Roboter” ci ha reso edotti di molte dinamiche interne alla band) è che, se andiamo a pesare il (poco) materiale inedito composto dai quattro alfieri teutonici nell’ultimo quarto di secolo, ci troviamo dinnanzi alla fiera delle occasioni perdute.
Questo “Off The Record”, una sorta di diario degli appunti sonori  tenuto da Karl nel corso della sua quindicennale permanenza nei Kraftwerk e letteralmente prelevato dalla soffitta, non rappresenta certo l’eccezione.

Al netto di una genesi stilistica tanto ortodossa quanto obbligata, il comune denominatore dei dodici brani che lo compongono è dato dalla loro sostanziale incompiutezza, unita a un approccio scolastico nella scelta dei suoni e degli arrangiamenti, che se da un lato ci dà comunque la misura del contributo melodico di Karl nel canzoniere kraftwerkiano, dall’altro ci fa avvertire come palpabile l’assenza della maniacalità di Ralf Hutter, e delle ardite sperimentazioni di Florian Schneider: armonia tanta, e nemmeno così campata per aria, ma ricerca di nuove soluzioni pressoché assente.

Come se “Off The Record” fosse una sorta di contrappasso di “Tour De France Soundtracks” in cui, al contrario, la forma aveva in larga parte messo in secondo piano la sostanza.  E così, dinnanzi a episodi poco attaccabili dal punto di vista strettamente compositivo, viene da chiedersi cosa ne sarebbe stato dei bei tappeti di “Nachtfahrt” o delle fresche arie di “International Velvet”, se solo avessero beneficiato di suoni un po’ diversi dai preset di cui sembrano figlie, o della magniloquenza post-nucleare di “Atomium”, se fosse stata suffragata dalle cure che Hutter ha riservato per la nuova versione di “Radio Activity”, lasciando cioè da parte un missaggio da videogame, troppo approssimativo per il genere di cui si sta trattando.

E poi c’è l’onnipresente vocoder, talvolta necessario, altre volte abusato, ma che in tutti i casi non fa nulla per discostarsi da un utilizzo quantomeno ordinario: un passaggio dalle parti delle intro della stessa ”Radio Activity” o di  “The Man Machine”, nelle versioni di “Minimum Maximum”,  avrebbe di sicuro giovato.
In mezzo a tutte queste eccezioni, forse troppe per chi legge, resta pur sempre il contenuto mezzo pieno del bicchiere, dato un talento che permane tangibile  e da una stima che, alla luce delle idee messe in campo, merita di restare immutata. In attesa della reunion dei sogni che, se conosciamo bene il depositario del marchio d’origine Ralf Hutter e il suo carattere a dir poco dispotico, sarà desinata a rimanere tale: non una buona notizia per questo techno-pop, né per quello che verrà.

(28/04/2013)



  • Tracklist
  1. Atomium
  2. Nachtfahrt
  3. International Velvet
  4. Without A Trace Of Emotion
  5. The Binary Code
  6. Musica Ex Machina
  7. The Tuning Of The World
  8. Instant Bayreuth
  9. Vox Humana
  10. Rhythmus
  11. Silence
  12. Hausmusik
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