Keir Neuringer

Ceremonies Out Of The Air

2014 (New Atlantis) | avant-jazz, free improvisation

“Quando la musica suonava lei guardava fuori dalla finestra, l'ondeggiare dei rami degli alberi, o i passanti, e notava la coreografia. Le mandavo registrazioni della mia musica, e lei le ascoltava, ancora e ancora e ancora, ne faceva tesoro come fossero suoi nipoti, le suonava con orgoglio agli amici, ne memorizzava ogni vibrazione, le conosceva come se le avesse scritte lei stessa – e non era forse così? – col proprio corpo e la propria anima.”

Così, lo scorso anno, il sassofonista americano Keir Neuringer salutava l'amata madre Esther, alla memoria della quale è dedicato anche il suo primo album solista esteso. Devo ammettere che l'ascolto casuale dell'anteprima mi aveva ingannato sul suo conto, facendomelo credere soltanto un valente discepolo della new sensation dell'avant-jazz Colin Stetson. Al contrario, nella sua interezza “Ceremonies Out Of The Air” rivela un'autonomia espressiva e una chiarezza d'intenti altrettanto autentiche e sorprendenti.

“Composto” e registrato dal vivo in un'unica sessione alla First Unitarian Church di Philadelphia, il doppio Lp potrebbe avere come marchio distintivo la completa immersione, di chi esegue come di chi ascolta: un solipsismo che ancora una volta diviene il viatico per la trascendenza, lo sforzo fisico il mezzo ultimo per un'espressione pura e inostacolata; d'altronde non è un cliché, in casi come questo, parlare di una forma di meditazione, risalendo all'insegnamento di Coltrane e ai suoi seminali "canti liberi" – l'Amore Supremo che conduce all'Ascensione.
Nel perpetuarsi di un unico soffio nella tonalità più grave (“Okay We Can Go Now”), scosso soltanto da variazioni microtonali, si ristabilisce un rinnovato contatto con l'Io profondo, assecondando una necessità spirituale ancora prima che espressiva.

Cinque suite per sax solo ben distinte che però tracciano (magari inconsciamente) un chiaro percorso evolutivo, anzi il ciclo vitale di una stessa anima, dai primi indistinti cenni di esistenza a una piena maturità. Nell'assoluto controllo dei suoi mezzi, Neuringer è capace di rendere il suono simile a quello di un flauto traverso (“Japanese Maples”), stendendo un terreno delicato dal quale poi sorgono fioriture puntillistiche.
Il respiro circolare si intensifica un brano dopo l'altro, di pari passo con i cromatismi sempre più vari delle note, a formare un precisissimo ricamo sonoro di pura bellezza. Un fremito inarrestabile, senza dubbio riconducibile allo stile del succitato Stetson ma che nuovamente, in completa assenza di sovraincisioni ed effettistica, non può che sbalordire.

I dieci minuti di “The Dogwood Circle” sono impostati su un pattern più propriamente glassiano (ma delle origini, tendente al radicalismo post-minimale) nel quale si inserisce brevemente anche un timido chanting, per poi smorzarsi fisiologicamente fino al battito vuoto dei tasti sull'ottone.
Il tributo alla cara estinta raggiunge l'acme nella dedicata “We Had Mostly Good Times” che, muovendo da un motivo nitido verso impeti di note in libertà, rispecchia l'anima lirica del sax tenore di Albert Ayler. È l'epitaffio, il canto dolce e disperato che accompagna l'ascensione di quello spirito custode, la guida materna di allora e di sempre. Termina così il ritratto sincero e commosso di un grande affetto che stenta a spegnersi: un dolore difficile da reprimere che trova la sua panacea solo in queste solenni note di speranza, di Vita.

(15/09/2014)

  • Tracklist
  1. Okay We Can Go Now
  2. Japanese Maples
  3. I Dreamt There Was Nothing Wrong With My Chemistry
  4. The Dogwood Circle (Round And Round, Round And Round)
  5. We Had Mostly Good Times
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