Oren Ambarchi & Jim O' Rourke

Behold

2015 (Editions Mego) | post-minimalism, free-impro

Quando due mostri sacri del calibro di Oren Ambarchi e Jim O'Rourke si incontrano, le possibilità sono due: o tirano fuori il capolavoro, o fanno la parte della montagna che partorisce il topolino. Così vasti i loro background, così tanti gli ambiti a cui entrambi si sono dedicati, che diventa difficile persino “aspettarsi qualcosa”. Il precedente fra i due in reatà c'era, risalente a “Indeed” di quattro anni fa, raccolta decisamente atipica di improvvisazioni vibranti contornate da field recordings post-industriali.
Va da sé, comunque, che già allora il comun denominatore fra i due fosse stato trovato nelle profonde ricerche portate avanti da entrambi sul tema del minimalismo. Meccanicistica e sottrattiva la via proposta da Ambarchi in capisaldi indimenticabili come “Insulation” e “Suspension”, più organicistica e massimalista quella elaborata da O'Rourke nelle tante tappe della sua sconfinata carriera (dall'ipotesi pre-math firmata con i Gastr Del Sol ai dischi isolazionisti di inizio millennio, fino ad arrivare al riepilogativo “The Visitor”).

“Behold” si qualifica come un'intersezione creativa dai due volti. La prima metà rappresenta il tentativo di trovare un compromesso fra gli approcci e i linguaggi dei due: O'Rourke si sofferma qui sul medesimo soundscape degli ultimi “Steamroom”, analizzando in maniera spontanea suoni elettronici primordiali allo stato brado, manovrando vecchie macchine analogiche in una sorta di comeback alle origini dell'elettronica. Ambarchi ci mette chitarre e batteria disegnando uno sfondo non troppo lontano da alcuni passaggi dell'ultimo (e non propriamente entusiasmante) “Quixotism”.
Il tutto prende la forma di una sorta di scomposizione in termini infinitesimali delle stratificazioni dei Radian, e traccia dunque una linea a ritroso in direzione dei primissimi abbozzi post-rock. Ma i due sembrano faticare a trovare l'intesa, quasi stessero disegnando su due tele separate fatte incontrare progressivamente nella maniera più scientifica e calcolata possibile. Nonostante un'ottima progressione conclusiva, l'impressione è quella di un nulla di fatto, di una serie di ricami precisi e studiati al millimetro su una tela che non c'è.

Totalmente diverso è il caso della seconda metà, dove i due superano finalmente cautela e formalità per dialogare in maniera spontanea, diretta e senza compromessi. Qui va in scena un crescendo brulicante, che alla sottrazione sonora della prima fase sostituisce un'apoteosi, che muove dalle tessiture drone dei primi minuti all'esplosione all'unisono del finale. Una pièce corale memore delle lezioni del maestro Charlemagne Palestine e della free-impro targata Necks, un tripudio in cui i due tornano a recitare la parte dei pesi massimi che spetta loro.
Due mondi totalmente diversi per caratteristiche e valore, quasi contrapposti nell'attitudine, eppure conviventi nei due lati del medesimo Lp. Va da sé che pure il giudizio su questo “Behold” debba essere frutto di un compromesso tra la parziale delusione della sua prima metà e la meraviglia racchiusa nella seconda. Senza far mancare un inchino a due monumenti della sperimentazione contemporanea che continuano a regalare momenti di grande musica.

(09/03/2015)

  • Tracklist
  1. Behold One
  2. Behold Two


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