Melanie Martinez

Cry Baby

2015 (Atlantic Records) | pop

Quattro poltrone rosse girate, una scena già vista. Sul palco una diciassettenne con chitarra, tamburello, fiocco in testa e un’aria bambinesca, nel senso più gentile del termine. Lei è Melanie Martinez e sta proponendo una versione rallentata e vagamente country della hit di Britney Spears, “Toxic”. Il programma è “The Voice of America”, le poltrone che si gireranno tre e alla fine la giovane cantautrice sceglierà di entrare nel team di Adam Levine, probabilmente il più consono alla sua visione pop-oriented.

Tre anni più tardi la stessa ragazza con lo spazietto tra i denti annuncia l’uscita di un album tutto suo, “Cry Baby”: la voce nasale è rimasta, anche quel leggero sforzo (voluto?) nella ripresa del fiato, ma l’atmosfera fiabesca a tinte pastello della sua musica è ora più nitida e incisiva che mai. Melanie sembra essere un ingranaggio colorato scappato da un film di Tim Burton, capace di affrontare il palcoscenico con un impeto quasi voluttuoso, tanta è la passione di mettersi in gioco. Tredici le tracce, alcune fresche e originali, come la litania sinistra di “Carousel” e “Soap”, il cui beat ha il suono di bolle di sapone che scoppiano, molte altre monocorde come “Pacify Her” e l’unica ballata presente nell’album, “Training Wheels”.

“Cry Baby” si propone di essere un concept-album, cosa rara nel mondo del pop, idea però ripescata a piene mani da Electra Heart, biondo alter ego di Marina And The Diamonds, a cui evidentemente deve molto. Cry Baby non è altro che il nome della trasfigurazione della stessa Melanie ma bambina, la quale si trova ad affrontare un'escalation di tribolazioni che la gettaranno nel disinganno e nella follia; la patina di perfezione irreale dietro cui si nasconde la famiglia (“Dollhouse”, “Sippy Cup”), gli insuccessi nelle relazioni sentimentali (“Carousel”, “Alphabet Boy”) e più in generale nei rapporti umani (“Pity Party”) distorceranno il suo tenero mondo fanciullesco in una visione grottesca e disperata che Cry Baby finirà però per abbracciare.

Musicalmente tutto ciò si traduce in un elettro-pop dalle tinte noir ma, per quanto lo sforzo di voler creare qualcosa di personale e colmo di dedizione sia ammirabile, sembra che la Martinez abbia voluto affrontare troppe cose in troppo poco spazio e l’insieme risulta infatti superficiale e incompleto. È un album fatto di suggestioni, suoni, vibrazioni, più che di idee compiute. E cliché, come la mamma alcolista, il padre che la tradisce e lo stupro subito da Cry Baby (“Tag, You’re It”) non risollevano certo la situazione. Senza contare il fatto che ci troviamo davanti a un disco indubbiamente derivativo anche dal punto di vista delle sonorità: Melanie sembra puntare agli amanti di Lana Del Rey, e a lei ruba l’indolenza (“Sippy Cup”), e a quelli della già citata Marina Diamandis, ma finirà per dividere i fan con Sky Ferreira, Halsey, Charli XCX, Natalie Kills e forse Lorde (le strofe di “Pity Party” sembrano venir fuori direttamente da “Pure Heroine”).

Dovendo dunque valutare questo album d’esordio, Melanie risulta essere la dimostrazione che non è sufficiente avere il physique du rôle e un singolo spacca-classifiche come “Dollhouse” per lasciare un’impronta tangibile nel pur volatile mondo della musica pop.

(04/09/2015)



  • Tracklist
  1. Cry Baby
  2. Dollhouse
  3. Sippy Cup
  4. Carousel
  5. Alphabet Boy
  6. Soap
  7. Training Wheels
  8. Pity Party
  9. Tag, You’re It
  10. Milk And Cookies
  11. Pacify Her
  12. Mrs.Potato Head
  13. Mad Hatter




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