Marina and the Diamonds

Froot

2015 (Atlantic) | pop

Da novembre la cantautrice gallese di origini greche Marina Diamandis aka Marina And The Diamonds sta stuzzicando la curiosità dei fan con un'operazione commerciale semplice ma funzionale: pubblicare ogni mese un singolo con annesso videoclip. Il tutto fino all'uscita dell’album, “Froot”, prevista originariamente per aprile, ma anticipata al 16 marzo per via dei leak subiti.

Fin qui, tutto grandioso: i singoli si susseguono, mese dopo mese, gustosi e interessanti, eccezion fatta per la dozzinale “Forget”. Tutto fa pensare che la Diamandis sia, in un certo senso, tornata alle origini, a quell’onestà artistica e quella stravaganza pop che avevano fatto del suo primo album, “The Family Jewels”, un gioiello di nome e di fatto. Sono accantonate definitivamente, dunque, le sonorità elettroniche e danzerecce del suo controverso alter ego Electra Heart, protagonista del secondo disco di Marina, a cui deve il successo commerciale. Eppure, ascoltando “FROOT” per intero, la  delusione non tarda ad arrivare. I brani finiscono per assomigliarsi tutti, appiattiti da una produzione che dà poco risalto alla pur sempre ottima voce della Diamandis - qui tuttavia priva di mordente perché perennemente in cerca vuoi di un’oniricità forzata, vuoi della nota più alta (“Weeds”). Sembra insomma essersi dissolto nel nulla quello stile vocale vigoroso e funambolico che rendeva le interpretazioni di Marina tanto peculiari e accattivanti.

Persino la sua sempre potente vena nella scrittura si è appiattita, se escludiamo i singoli di cui abbiamo già parlato. “Savages”, che fa placidamente il verso all’esordio della cantautrice, è solo uno spiraglio silenzioso. Pezzi icastici, ironici ed eccentrici come “Oh no!”, “Hollywood” e “Guilty” non sono mai stati così lontani. Non basteranno l’eccentricità retrò di “Gold”, né la raffinatezza fosca e pensosa della conclusiva “Immortal” - che richiama a tratti Lana Del Rey - né l’innegabile meticolosità impiegata nel produrre questo lavoro, a salvare “FROOT” da una propensione anemica e solipsistica, che annoia l’ascoltatore gettandolo in un mood solo apparentemente raffinato e ricercato.

E se i brani migliori sono stati bruciati proponendoli come singoli (dalla freschezza di “Froot” alla malinconia speranzosa di “Happy”, splendida nella versione live acustica pubblicata sul canale YouTube della cantautrice), tutto il resto è uno sciocco reiterare di cliché pop e sterili melodie che si impongono facilmente nella mente e si dimenticano con altrettanta rapidità.
Non sempre la maturità porta con sé i frutti migliori.

(26/03/2015)

  • Tracklist
  1. Happy
  2. Froot
  3. I’m a ruin
  4. Blue 
  5. Forget 
  6. Gold 
  7. Can't Pin Me Down 
  8. Solitaire 
  9. Better Than That 
  10. Weeds
  11. Savages
  12. Immortal
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