Titus Andronicus

The Most Lamentable Tragedy

2015 (Merge) | punk-rock opera

Una rock opera in cinque atti per novantatré minuti di durata. A leggerla così, potrebbe sembrare che il quarto disco dei Titus Andronicus segni un livello di ambizione molto più alto rispetto al passato per la band del New Jersey. In realtà, chi già conosce il gruppo capitanato da Patrick Stickles sa benissimo che la suddetta ambizione non è mai mancata e anche il fatto che l’insieme delle canzoni porti con sé una narrazione unitaria non è una novità: infatti, già il secondo disco “The Monitor” era un concept ambientato durante la Guerra Civile americana. È quindi corretto leggere questo lavoro non come dettato dalla voglia di lasciarsi alle spalle il passato, ma piuttosto di sublimarlo, di mettere il punto esclamativo su quanto fatto finora.

Nell’opera, infatti, troviamo soluzioni già adottate in passato e persino alcuni rimandi ai lavori precedenti, a livello sia di titoli dei brani, sia di personaggi raccontati dei testi, sia infine di citazioni musicali. C’è sempre un approccio punk-rock di base, che può rimanere puro o essere arricchito da ulteriori elementi, soprattutto archi e cori, o anche strizzare l’occhio a differenti tipologie stilistiche. Quello che cambia è che qui tutto è estremizzato rispetto a prima, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo punto. Molte canzoni, infatti, non si limitano a una variazione del genere principale, ma prendono proprio una strada diversa. Il rock'n'roll in salsa glam, il pop-rock rotondo, i momenti di quiete, i crescendo epici, la psichedelia lo-fi, la musica sacra non sono più delle mere fascinazioni, ma vengono praticati in modo compiuto, mantenendo però l’approccio di cui sopra come filtro attraverso cui far passare le rielaborazioni stilistiche, in modo che il lavoro conservi una unitarietà di fondo.

Due parole sul concept sono doverose: la storia è quella di un eroe moderno che incontra un proprio doppione (tecnicamente un doppelganger), il quale lo porta a convincersi che le cose su cui lui conta di più per sopravvivere in realtà lo stanno portando alla rovina. È un’allegoria della sindrome maniaco-depressiva, della quale Stickles ha sofferto in passato, senza esitare a rendere pubblici questi problemi. Cercando di essere realisti, nel momento in cui questa narrazione di alto profilo fosse stata accompagnata da una parte musicale di scarso livello, difficilmente sarebbe stata ritenuta credibile, e, al contrario, se anche la storia riguardasse un pic-nic all’aria aperta in una domenica d’estate, con una parte musicale valida il lavoro sarebbe comunque accolto con favore.

È la musica, quindi, a dover essere primariamente valutata per giudicare quest’opera. Fortunatamente, il livello è alto, sia per le considerazioni generali di cui sopra, sia perché, scendendo nei dettagli, le numerosissime soluzioni presenti sono inattaccabili sotto ogni punto di vista.
Intanto, la varietà è ovviamente molto alta, tra canzoni di cinquanta secondi e suite di oltre nove minuti con tutto quello che può stare in mezzo, suoni grezzi che convivono con altri decisamente più puliti, arrangiamenti essenziali che si alternano ad altri più curati, tutto questo tenendo conto delle diverse declinazioni stilistiche che fanno capolino nel corso dell’opera.
Poi, in un lavoro del genere, è anche importante il modo in cui le canzoni vengono accostate e qui la missione è stata portata a termine con grande perizia. Intanto va specificato che non tutte le ventinove tracce sono canzoni vere e proprie, poiché alcune sono solo brevi stacchi strumentali, o lunghe ripetizioni di un solo accordo, e un paio sono semplicemente silenziose.

Detto questo, la successione dei brani è talmente ben architettata da garantire un impatto e un flow notevoli, anche senza curarsi dell’aspetto narrativo. Nel primo terzo troviamo quasi tutti i brani dai suoni meno curati e un’alternanza di punk-rock puro con il citato rock'n'roll in salsa glam: nella maggior parte dei casi, le canzoni sono ben legate tra loro, ma per garantire quella giusta dose di imprevedibilità, ci sono anche momenti in cui si cambia completamente atmosfera di colpo, come nel passaggio dalla serenità di “I Lost My Mind (+@)” alla rabbia di “Look Alive”. Poi inizia a venir fuori il momento più pop-rock, con la doppietta “Mr. E Man”/”Fired Up”; gli archi rimangono anche nella successiva “Dimed Out”, unico brano che ha anticipato il disco e tra le canzoni più caratterizzate da una vera e propria unione di generi. A questo punto arrivano le due suite: la strumentale “More Perfect Union” e la cantata “(S)HE SAID/ (S)HE SAID”, intervallate da un intermezzo di silenzio e uno di canti sacri. La prima è in continuo divenire, con una prima parte più orchestrale e una seconda più elettrica, con diversi temi melodici e ritmici; la seconda, invece, ha una struttura circolare, partendo dal punk, passando per un rock più controllato nel ritmo ma molto più pesante nel suono e decisamente ansiogeno, continuando con un lungo momento di quiete introspettiva e finendo così come si era cominciato.

La seconda parte è generalmente più pulita nel suono e curata negli arrangiamenti. Ci sono essenzialmente tre tipi di momenti qui: quelli caratterizzati dalla rabbia elettrica, quelli che vedono un ampio uso di archi (arrangiati da Owen Pallett) e quelli basati su un'introspezione vagamente psichedelica e sbilenca, senz'altro fuori dagli schemi. Ogni canzone può avere uno o anche più di questi momenti e "A Pair Of Brown Eyes" li ha tutti e tre. Fanno eccezione la lunga intro strumentale di "Funny Feeling", dapprima ariosa e compassata e poi in continuo crescendo di ritmo, e "Auld Lang Syme", la cui prima metà è una nuova escursione nella musica sacra.
Si chiude in modo forte e senza compromessi con i quasi sette minuti di disturbante psichedelia in "Stable Boy".

I Titus Andronicus, in definitiva, portano la caratteristica principale della propria proposta a un punto di non ritorno: francamente è difficile immaginare che in futuro abbiano ancora voglia di puntare sulle stesse scelte, dopo averle fatte risaltare al massimo qui. “The Most Lamentable Tragedy” è un lavoro da ascoltare con attenzione e dedizione, perché farlo distrattamente potrebbe portare a non cogliere tutti i pregi descritti; inoltre, bisognerebbe cercare di ascoltarlo tutto in una volta, per non perdere l’impatto e la forza di un flow davvero rari da trovare in giro. Anche solo l’ascolto interrotto dalle pubblicità della versione free di Spotify toglie qualcosa alla resa di un lavoro peculiare e di grandissimo fascino. Sarà interessante vedere che strada prenderà la band con i prossimi dischi, ma per ora è il caso di godersi il presente e di sperare di riuscire anche ad assistere al live legato a quest’ottimo lavoro.

(01/08/2015)



  • Tracklist
  1. The Angry Hour
  2. No Future IV: No Future Triumphant
  3. Stranded (On My Own)
  4. Lonely Boy
  5. I Lost My Mind (+@)
  6. Look Alive
  7. The Magic Morning
  8. Lookalike
  9. I Lost My Mind ( DJ )
  10. Mr. E. Mann
  11. Fired Up
  12. Dimed Out
  13. More Perfect Union
  14. [Intermission]
  15. Sun Salutation
  16. (S)HE SAID / (S)HE SAID
  17. Funny Feeling
  18. Fatal Flaw
  19. Please
  20. Come On, Siobhan
  21. A Pair of Brown Eyes
  22. Auld Lang Syne
  23. I'm Going Insane (Finish Him)
  24. The Fall
  25. Into the Void (Filler)
  26. No Future Part V: In Endless Dreaming
  27. [ seven seconds ]
  28. Stable Boy
  29. A Moral
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