Ash Code

Posthuman

2016 (Swiss Dark Nights) | darkwave

A distanza di un paio d’anni dal recente revival della coldwave, che ha riportato all’attenzione generale un certo suono minimalista di natura ottantiana declinandolo in nuove forme e con nuovi strumenti (ma senza mai dimenticare la lezione dei maestri di quegli anni), quel clima di far west compositivo in cui una moltitudine di band, anche nel panorama nazionale, ha abbracciato il “nuovo” stile, può considerarsi ormai concluso, e per molti la seconda prova si è dimostrata una occasione per confermare le proprie effettive capacità di songwriting, prova che di certo non tutti hanno superato con successo.

Geometric Vision, Lebanon Hanover, Minuit Machine e Keluar (ormai sciolti), insieme agli Ash Code, di cui oggi prendiamo in esame il nuovo album, "Posthuman", uscito il 27 febbraio per la coraggiosa label indipendente Swiss Dark Nights (nel cui roster figurano anche i già citati Geometric Vision), hanno ampiamente dimostrato quanto il loro amore per i classici del genere non abbia impedito loro di costruire una formula tutto sommato personale, che ha permesso loro di evitare la cosiddetta “sindrome della copia carbone”, sempre dietro l’angolo quando si parla del recupero diretto e lampante di certe sonorità.
Sebbene di certo il loro debutto del 2014 sulla lunga distanza, "Oblivion", fosse stato accolto con particolare entusiasmo da parte di un certo pubblico amante di sonorità di matrice post-punk e coldwave, quel loro lavoro aveva ancora delle imperfezioni che "Posthuman" contribuisce decisamente a migliorare. Una delle principali era la forse troppo sfacciata influenza dei classici, che presentava il loro suono come il risultato di una sorta di collage ancora un po’ grezzo tra diversi stili musicali. "Oblivion" era un album in cui, in particolar modo, la sezione ritmica (così come la voce del cantante Alessandro Belluccio) era piuttosto monocorde e le ritmiche “aggressive”, secche e dritte avevano più di qualcosa in comune con certi ritmi di matrice Ebm, per la verità neanche troppo interessanti.  
 
"Posthuman", al contrario, si presenta come un album che, pur continuando a omaggiare, in alcuni frangenti, alcune band del passato (Clan Of Xymox su tutte), mette in mostra una varietà compositivo-stilistica sicuramente più complessa, che traspare sin dal primo ascolto. In "Posthuman", la dimensione “fisica” del post-punk, tipica di certe formazioni degli anni 80 e quella elettronica (che si traduce nell’utilizzo delle drum machine e di certi suoni elettronico-evocativi di matrice “oscura”, così come nell’impiego di synth analogici rielaborati e del theremin) si incontrano in maniera ancor più fluida e convincente rispetto al recente passato, danzando sinuosamente a stretto contatto “in un pallido plenilunio”.
I napoletani Ash Code, formati, oltre che dal già citato Alessandro, da Adriano Belluccio al basso e da Claudia SchöneNacht al sintetizzatore e alla voce, hanno avuto modo, negli ultimi due anni, di esibirsi live in moltissime date in Italia e in tutta Europa, guadagnandone, conseguentemente, in esperienza. La prima cosa che il nostro orecchio percepisce è una ben più definita qualità di registrazione (merito dell’ottimo lavoro svolto da Silvio Speranza nello studio “L’arte dei rumori”), che valorizza il suono dei vari strumenti (ci si concentri, ad esempio, sulla resa sonora delle marcate linee di basso), arricchendone la corposità, nonché parti vocali più espressive (si ascolti a tal proposito la compresenza della voce di Alessandro e di quella di Claudia nelle ottime "Insensitive" e "Alone In Your Dance").

Tutti i brani degli Ash Code sono, in misura maggiore o minore, delle potenziali hit da dancefloor anche per via del ricorso a giri melodici minimalisti (ma non per questo “poveri”) dai toni decadenti e reminiscenti della lezione ottantiana, tra i quali si possono annoverare "Nite Rite", "Challenging The Sea" e "Sand". In particolar modo, un ottimo episodio come "Challenging The Sea", uno dei più catchy nonché uno dei migliori dell’album, fonde perfettamente una linea melodica semplicissima ma d’effetto, un'atmosfera goticheggiante e pattern ritmici tipicamente post-punk dei tempi che furono, in un mix esplosivo e particolarmente ricco di groove. E’ ascoltando le linee di basso e i ritmi elettronici di questi episodi che i mai troppo osannati alfieri del genere degli anni 80 tornano prepotentemente alla mente.
Non mancano brani di matrice più fortemente synth-pop, come "The Last Stop", "Try To Be Me" e, soprattutto, la conclusiva "A New Dawn", in cui il richiamo dei Depeche Mode è piuttosto forte anche per quanto concerne i vocals di Alessandro, così come non mancano midtempo altrettanto convincenti, come l’evocativa "Tide", dagli echi vagamente ambient.

Gli Ash Code sono, a ragione, considerati tra i frutti più importanti del revival coldwave e minimal synth degli ultimi anni, un revival che ha ridefinito in maniera particolare l’universo musicale e stilistico comunemente e sbrigativamente definito come dark. Tanti sono gli elementi che li rendono tra i nomi più ammirati della loro scena, tra cui l’utilizzo di cover artwork molto particolari (Sandra Roczeń aveva lavorato anche a quella di "Oblivion") e di un suono sempre più corposo e organico, più complesso e meno monolitico, senza dimenticare la loro italianità, il che conferisce loro un valore aggiunto di cui la scena coldwave può certamente fregiarsi.   

(05/04/2016)

  • Tracklist
  1. It's Time To Face The Abyss   
  2. Nite Rite 
  3. Challenging The Sea  
  4. Insensitive  
  5. Sand   
  6. Posthuman  
  7. The Last Stop  
  8. Alone In Your Dance  
  9. Fragments  
  10. Tide  
  11. Try To Be Me  
  12. A New Dawn
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