Fabrizio De Andre'

Tutti Morimmo A Stento

1968 (Ricordi) | songwriter

Fabrizio De André è uno dei massimi cantautori italiani di sempre, ma è soprattutto uno dei pochissimi a poter competere con i grandi numi del songwriting internazionale. Profondamente influenzato dalla scuola d'oltre Oceano di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma ancor più da quella francese degli chansonnier (Georges Brassens su tutti), è stato tra i primi a infrangere i dogmi della "canzonetta" italiana, con le sue ballate cupe, affollate di anime perse, emarginati e derelitti d'ogni angolo della Terra. Le sue storie, pur ispirate spesso a fatti di cronaca, si tingono sempre dei colori della fiaba, perdendo ogni connotazione temporale; e i suoi personaggi sembrano quasi schizzare fuori dai versi, con la loro dirompente carica di umanità, inquietudine, disperazione. Alla passione per la letteratura francese - Proust, Baudelaire, Maupassant, Villon, Flaubert, Balzac – si deve probabilmente quel tocco di lirismo in più, ma il canzoniere di De André ha attinto via via alle sorgenti più disparate: dalle ballate medievali alla tradizione provenzale, dall'"Antologia di Spoon River" ai canti dei pastori sardi, dai Vangeli apocrifi al Federico Fellini dei "Vitelloni".

Alla fine del decennio Sessanta, in preda a un cupo pessimismo, il cantautore genovese compone il sontuoso concept-album "Tutti Morimmo A Stento" (1968). Il senso del tragico che aveva sempre ispirato le sue opere raggiunge in queste undici tracce la sua apoteosi. Edito con il sottotitolo di "Cantata in si minore per solo, coro e orchestra", "Tutti Morimmo A Stento" è un viaggio in un girone dantesco della desolazione umana, tra drogati, condannati a morte, fanciulle traviate, orchi e bambini sconvolti. Un viaggio ossessionato e ossessionante, accompagnato dalle note di un'orchestra sinfonica diretta da Giampiero Reverberi.

Disco a volte fin troppo barocco, influenzato dai primi vagiti del progressive italiano, "Tutti Morimmo A Stento" riesce tuttavia a condensare tanta "ridondanza" in soli 33 minuti e 51 secondi, come si usava fare quando esisteva ancora il rispetto per l'ascoltatore e nessuno si azzardava a intasare i dischi di quei riempitivi che oggi fanno tanto "concept". La formula scelta, come spiegò lo stesso De André, è quella classica della cantata "in cui tutti i brani sono uniti tra loro da intermezzi sinfonici e hanno come minimo comune denominatore quello di essere nella stessa tonalità, e di trattare lo stesso argomento". Argomento rappresentato dall'emarginazione e dalla morte "psicologica, morale, mentale".

L'atmosfera dominante è tetra, funerea, densa di presagi di morte. I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli "Intermezzi", in un crescendo che culmina nel "Recitativo" e si scioglie nel coro finale. L'ouverture è subito un pugno nello stomaco, con il "Cantico Dei Drogati", che già dal titolo - in stridente contrasto con il "Cantico delle Creature" di San Francesco - pare voler sottolineare la degenerazione del genere umano. Quando poi l'orchestra - la Philarmonia di Roma - lascia spazio alla voce baritonale di De André, l'intento diventa subito palese: "Ho licenziato Dio/ gettato via un amore". E un groppo d'angoscia già ti stringe la gola. "Come potrò dire a mia madre che ho paura?", geme il derelitto al colmo della disperazione. E di fronte, ormai, c'è solo la notte, la voragine, la fine di tutto. Ma c'è anche un anelito d'eternità nei drogati che "giocando a palla con il proprio cervello tentano di lanciarlo oltre il confine stabilito, ai bordi dell'infinito". E' un testo meraviglioso, composto da De André insieme al poeta anarchico Riccardo Mannerini, morto suicida a Genova nel 1980.

A spezzare per un attimo la tensione provvede il "Primo intermezzo", poi però l'avvolgente abbraccio del "Cantico" ripristina subito un clima di solennità, che si stempera lentamente nella fiaba noir della "Leggenda Di Natale", ispirata a "Le Père Noel Et La Petite Fille", brano di Georges Brassens datato 1958. La semplicità dei giri d'accordi e delle rime baciate contribuisce a creare un'atmosfera magica e rarefatta, degna della "Canzone di Marinella". Ma il tema è tutt'altro che rassicurante: la protagonista è una ragazzina ingannata da un Babbo Natale che parlava d'amore ma "i cui occhi erano freddi e non erano buoni". E così "adesso che gli altri ti chiamano dea/ l'incanto è svanito da ogni tua idea/ ma ancora alla luna vorresti narrare/ la storia di un fiore appassito a Natale". Un raggelante presagio di pedofilia.

Attraverso il "Secondo Intermezzo" si giunge al centro ideale dell'architettura del disco: la "Ballata Degli Impiccati", ispirata dalla "Ballade des Pendus" di François Villon, il primo "poeta maledetto". I versi di De André - sempre scarni, ruvidi, sarcastici - non cedono mai alla retorica del sentimentalismo ("Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fiori" - "Via del campo", è sempre stato il suo credo). Così, anche i condannati a morte di Villon si trasfigurano in creature mitiche, animate da un disperato, smisurato rancore: "Chi derise la nostra sconfitta/ e l'estrema vergogna ed il modo/ soffocato da identica stretta/ impari a conoscere il nodo. Chi la terra ci sparse sull'ossa/ e riprese tranquillo il cammino/ giunga anch'egli stravolto alla fossa/ con la nebbia del primo mattino/ La donna che celò in un sorriso/ il disagio di darci memoria/ ritrovi ogni notte sul viso/ un insulto del tempo e una scoria". Una rabbia sanguinolenta e terrificante che non dà scampo: "Coltiviamo per tutti un rancore/ che ha l'odore del sangue rappreso".

A dare quasi una nota scenografica al disco è invece la soffice "Inverno", che rinnova la tradizione delle "poesie stagionali" in voga nell'Inghilterra del Settecento. L'inverno è l'immagine della natura che si annulla nel bianco della neve e della nebbia, e nel nero degli alberi scarni, segnando la fine ciclica di tutte le cose: "Ma tu che stai, perché rimani?/ Un altro inverno tornerà domani/ cadrà altra neve a consolare i campi/ cadrà altra neve sui camposanti". Non si può non scorgere in questi versi l'ennesima metafora deandreiana della crisi della coppia: l'alternanza degli amori avviene fatalmente, in modo naturale, proprio come il cambio delle stagioni (un argomento molto caro a De André fin dai tempi di "Amore Che Vieni, Amore Che Vai" e della "Canzone Dell'Amore Perduto").

Se "Inverno" fa sprofondare l'ascoltatore in una struggente malinconia, dopo il successivo "Girotondo" resterà posto solo per la disperazione e per l'orrore. "La terra è tutta nostra.../ ne faremo una gran giostra/ giocheremo a farla nostra/ marcondiro'ndero marcondiro'ndà": il coro dei bambini impazziti, ebbri di guerra e di morte, è una delle trovate insieme più eccessive e agghiaccianti della storia della canzone italiana. Il "Terzo Intermezzo" sfocia nello straziante "Recitativo" finale (condanna degli egoismi, del moralismo e dell'insensibilità umani), alternato al "Corale" - con il Coro dei cantori delle basiliche romane di Pietro Carapellucci, diretto da Reverberi, a fare da contrappunto all'invettiva recitata da De André - e della "Leggenda Del Re Infelice".

Se nella "Buona Novella" il tema era la debolezza degli uomini al cospetto di una divinità soverchiante, in "Tutti Morimmo A Stento" si cantano le miserie e gli orrori della Terra, dell'"umano e desolato gregge di chi morì con il nodo alla gola".

Seppur inevitabilmente datato, con i suoi arrangiamenti pomposi e le sue orchestrazioni barocche, "Tutti Morimmo A Stento" è anche una delle prove più limpide del talento di De André, non solo come autore, ma anche come musicista. E il suo strumento principe non può non essere ancora una volta la voce: un baritono profondo che - sul modello di Leonard Cohen - indulge sapientemente sulle tonalità più basse, accrescendo sempre pathos e drammaticità.

Demolendo a uno a uno tutti i cliché della canzone tradizionale italiana, il cantautore di Genova corona un'operazione paragonabile a quella compiuta da Bob Dylan negli Stati Uniti. Il suo linguaggio è quello di un poeta non allineato, che ricorre alla forza dissacrante dell'ironia e del sarcasmo per frantumare le convenzioni, per denunciare l'ipocrisia e la vigliaccheria di quella stessa borghesia di cui ha sempre fatto parte. Il suo, in definitiva, è un disperato messaggio di libertà e di riscatto contro "le leggi del branco" e l'arroganza del potere. Di lui, Mario Luzi, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, ha detto: "De André è veramente lo chansonnier per eccellenza, un artista che si realizza proprio nell'intertestualità tra testo letterario e testo musicale. Ha una storia. E morde davvero".

(29/10/2006)



  • Tracklist
  1. Cantico Dei Drogati
  2. Primo Intermezzo
  3. Leggenda Di Natale
  4. Secondo Intermezzo
  5. Ballata Degli Impiccati
  6. Inverno
  7. Girotondo
  8. Terzo Intermezzo
  9. Recitativo
  10. Corale
  11. Leggenda Del Re Infelice
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