Approfondimenti

Maurizio Blatto - I dischi che ci hanno salvato la vita

di Francesco Giordani

Contattiamo il gentilissimo Maurizio Blatto via mail, dopo aver avuto il piacere di conoscerlo  personalmente nel suo negozio Backdoor la scorsa estate, nella nostra prima trasferta torinese (avremmo forse potuto perderci Paul Weller e gli Specials insieme e in data unica?). Una volta usciti dal negozio (con in bisaccia i vinili di "The Stone Roses" e di "Land Speed Record", da regalare rispettivamente a noi stessi e a un amico fresco di laurea), ha iniziato a prendere forma l'idea di questa intervista, resa ancor più necessaria dalla concomitante  pubblicazione del suo primo libro "L'ultimo disco dei Mohicani".

C'è o c'è stata, secondo me, una civiltà della musica rock. Una civiltà che è passata anche, se non soprattutto, attraverso il comprare, il valutare e discutere i dischi all'interno di un negozio. Se qualcuno mi chiedesse di descrivere questo insieme di rituali codificati, non troverei illustrazione migliore e più esaustiva dei capitoli del tuo libro. Leggendo il quale si ha come l'impressione che quella civiltà non sia entrata in una crisi così definitiva come molti lamentano. Tu cosa pensi a questo proposito?

Sono contento che quella civiltà, come la chiami giustamente tu, stia a bed & breakfast nel mio libro, è la benvenuta. È un rituale che resiste e sa perfettamente di essere minoritario, ma si bea talmente del suo ripetersi, che si percepisce più come un’elite che come una manciata di reduci. Io ne faccio allegramente parte. Ma non voglio nemmeno diventare la sentinella armata di un fortino di passatisti. Ognuno nella vita cerca di contornarsi di cose e persone belle. Queste sono le mie.  L’acquisto via web mi pare un po’ più solitario e triste. Mai come in questi casi si parla di community. Tutto è community sul web. Capirai. Io la mia community me la scelgo in carne e ossa, ma è ovvio che i tempi cambiano. A ognuno la scelta che ritiene migliore, ci mancherebbe.

Qual è la tua posizione, sia come fruitore che come “addetto ai lavori”, rispetto al download, tanto legale quanto illegale?

Tanto per essere chiari, a me il download non piace e non interessa. Su quello legale direi che mi sembra strano pagare per una cosa immateriale (e che per giunta si trova facilmente, ahia, gratis). Non mi pare che ci sia gara con un vinile o un bel cd con libretto curato. Su quello illegale, non vorrei rispolverare i miei trascorsi legali o fare la parte del padrepio indie-rock dicendo che è pur sempre una violazione di legge. Quindi, quel che è successo è successo e da lì non si torna indietro, è chiaro. Penso sempre però allo svilimento del valore, anche monetario della musica stessa. Far dischi, inciderli e promuoverli costa. Perché mai non andrebbe pagato questo lavoro? Il vostro è gratis? Vi piace un gruppo, una canzone, vi ha sostenuto, emozionato, fatto dormire placidamente? Ricompensatelo. Tommaso dei Perturbazione dice sempre “nutrite la pianta che vi nutre” ed è una sintesi che io abbraccio pienamente, pur non ignorando la realtà per quella che è. Altrimenti tutti quelli che hanno a che fare con la musica diverranno dopolavoristi, ma di un primo lavoro che, intanto, sfugge a chiunque. Pare irragionevole consigliare un acquisto equo solidale della musica? Sono convinto che non succederà, ma se dovesse scomparire qualsiasi supporto fisico, io sopravviverò più che agiatamente con la mia collezione per svariate generazioni. Una sorta di scorta per il letargo che verrà.

Il tuo libro è anche una devastante galleria di personaggi romanzeschi, caratterizzati da un tono a volte lirico-drammatico, ma più spesso irresistibilmente comico. Credi che se avessi venduto qualcos'altro nella vita, avresti fatto comunque di simili incontri? O è qualcosa di strettamente legato alla musica? E il ruolo giocato da Torino in tutto ciò? Spesso dai tuoi racconti la città affiora, soprattutto agli occhi di chi come me la conosce pochissimo, come una sorta di grande paese popolato di personaggi esilaranti e sempre unici nella loro profondissima umanità...
Come ammetto nel libro temo di avere una calamità per le personalità “esuberanti”. Probabilmente avrei collezionato comunque una buona serie di incontri eclatanti, ma sono convinto che la musica aiuti in questo senso. La passione sfrenata, il collezionismo e l’influenza dell’ascolto stesso (in molte comunità la musica è una terapia vera e propria) selezionano dei personaggi eccellenti. Penso che “fenomeni” abbondino in qualsiasi città, basta aver voglia di ascoltarli. Di sicuro Torino, nel suo sempiterno incontro tra ritrosia sabauda ed esplosione meridionale, garantisce sempre un serbatoio di qualità.

Sei un collezionista compulsivo di dischi, pieno di vezzi come i tuoi clienti? Questo aspetto emerge un po' obliquamente nel libro. Ad esempio, quando scovi qualcosa di raro o molto interessante lo tieni per te? Sei a tua volta cliente di altri negozi per non alimentare conflitti di interesse?
Compro senza sosta e con piacere rinnovato. Seguo manie improvvise (la settimana dell’ambient, la riscoperta della Stax, i Pere Ubu minori…) e scambio e commento liste di ricerca con amici e clienti. Una goduria. In negozio ci siamo dati una regola ferrea sui dischi più rari, e raramente li teniamo per noi. Entro sempre nei negozi di dischi delle altre città e, drammaticamente, compro sempre anche lì. Ma non solo, generalmente mi faccio fotografare fuori, davanti alla vetrina. Vuoi mettere la Torre Eiffel con Amoeba di San Francisco?

L'idea di buttarti nell'avventura di un negozio di dischi come ti è venuta? Guardandoti indietro lo rifaresti?
Dopo una borsa di studio dell’Università legata alla mia laurea in Giurisprudenza che se n’era andata all’improvviso, sono entrato in un grande studio torinese. Diritto del lavoro. Pativo. Scalpitavo. Avevo già collaborato come “esterno” con "Backdoor" in occasione di fiere e mercati per collezionisti. Ne ero un cliente affezionato. Ho scavalcato il bancone e ho iniziato come commesso. Mia madre non si è mai ripresa. Se lo rifarei? Umanamente è stata una bella scelta e ogni volta che arriva un pacco dall’Inghilterra aprirlo con il taglierino è un po’ come tagliare la propria torta di compleanno. Economicamente o sotto il profilo del prestigio, diciamo che è uno straordinario suicidio. Quindi ripensandoci direi che sì, forse lo rifarei al volo.

Oltre all'attività di negoziante, svolgi da molto tempo anche quella di giornalista musicale. In questo libro, ma anche nelle tue recensioni o quando ti trovi a scrivere in maniera più diretta di band e dischi (penso soprattutto alla rubrica mensile “My Tunes” che tieni su Rumore), quello che più colpisce il lettore è senz'altro la tua capacità di inserire spesso degli aneddoti (non necessariamente autobiografici) o degli accostamenti inusuali che portano apparentemente la recensione o l'articolo a parlare di tutt'altro, pur rimanendo incredibilmente aderenti al nucleo più intimo della musica. A cosa è dovuta questa scelta? Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?
Sentivo l’esigenza di essere più narrativo, di arrivare alla musica partendo da lontano, magari perifericamente. Molte cose sono cambiate, la novità (e il bisogno di afferrarla subito) è un compito che ormai spetta alla rete, mentre l’approfondimento e, ancor più, il racconto compete alla carta stampata o a un certo modo, differente, di scrivere di musica. Io sento il bisogno di essere in ritardo, successivo. Il senso finale di una firma sta nella sua autorevolezza. Il mio giudizio deve essere ponderato e diversificato.
Cercare di essere più autore e meno critico fa parte del mio tentativo. Confesso di faticare io stesso in prima persona a scrivere la classica retrospettiva sul gruppo psichedelico anni sessanta. Serve ancora? Non c’è già? Magari infilarsi dentro canzoni, attimi specifici della storiografia musicale o immaginarli e provare a (ri)scriverli mi pare più stimolante. Scrivere di musica forse ci piace ancora per questo, ci consente di farne parte, infilare penna e piedi in un mondo che non termina di sedurci. Io ho iniziato per questo, in maniera completamente autonoma. Assorbendo tutto ovviamente, ma senza riferimenti specifici. Allora Lester Bangs, che tutti citavano, nessuno lo aveva letto. Io per primo. Ora che è disponibile ed è stato tradotto, molti lo snobbano. Buffo. Anch’io l’ho letto tardi e devo dire invece che è un grandissimo come si è sempre detto. Per ciò che ha scritto e per come era. Lester che russa con il sorriso sulla faccia, addormentato su una sedia con le cuffie in testa e un baccano infernale dentro, è la mia immaginetta sacra.

Ultima domanda. L'immagine di copertina è un'idea tua?
No. Titolo, sottotitolo e copertina sono stati scelti univocamente dall’editore. Io ho fatto delle proposte, ma ho scoperto, ahimè dopo, che l’ultima parola spettava al direttore artistico. È andata così. Non conosco la signorina che addenta, mi spiace. Diciamo che io comincio da pagina 3.

(20/03/2011)

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