Anni Settanta di piombo e di tensioni politiche e sociali. Turbolenze che toccarono inevitabilmente anche la musica. Nell’estate del 1978 anche Lucio Dalla si trovò improvvisamente al centro di quel clima di cappa politica che da anni attraversava anche la musica italiana e che era sfociato ad esempio nel clamoroso “processo del Palalido” subito dal suo collega e amico Francesco De Gregori. Fino a quel momento le contestazioni che avevano investito molti cantautori avevano sfiorato soltanto marginalmente l’artista bolognese. Ma la sera del 24 luglio, durante un concerto al Castello Sforzesco di Milano, la situazione precipitò in modo drammatico.
Lucio Dalla era impegnato nel tour di “Come è profondo il mare“, il disco che aveva segnato una svolta decisiva nella sua carriera: per la prima volta aveva scritto personalmente tutti i testi, lasciandosi alle spalle il lungo sodalizio con Roberto Roversi. Sul palco, davanti a circa diecimila spettatori, il cantautore bolognese stava conducendo uno dei suoi spettacoli più liberi e imprevedibili, alternando canzoni, improvvisazioni, vocalizzi e battute. Poi, all’improvviso, una fiammata.
Un ragazzo lanciò una bottiglia incendiaria che sfiorò il cantante senza colpirlo. La molotov esplose a pochi passi da lui, mentre il pubblico assisteva incredulo alla scena. Il responsabile, appena quindicenne, tentò la fuga ma venne immediatamente fermato. Secondo quanto emerse successivamente, sostenne di non sapere nemmeno perché avesse compiuto quel gesto e affermò che la bottiglia gli era stata consegnata da altri giovani. Dalla uscì illeso dall’attentato, mentre il ragazzo finì in carcere.
L’episodio colpì profondamente il cantautore emiliano, che nei giorni successivi affidò al settimanale Panorama una riflessione amara sul significato di quella violenza. “Quel ragazzo si è rovinato per un gesto. E la colpa è di chi gli ha messo in testa che i cantanti sono Che Guevara, che con le canzoni si fanno le rivoluzioni. La colpa è di chi ha bombardato lui e tanti altri giovani, per troppo tempo, con slogan, con frasi falsamente rivoluzionarie, con le immagini dei mitra”. Dalla individuava nell’eccessiva politicizzazione della figura del cantautore una delle radici del problema. Negli anni Settanta molti artisti erano stati trasformati, spesso loro malgrado, in punti di riferimento ideologici e simbolici per intere generazioni. Una sovrapposizione che il musicista bolognese considerava pericolosa. “Perché ora meravigliarsi, inorridire, se molti giovani hanno recepito quello che è il messaggio certamente più efficace ma anche meno serio, meno utile per la società?”.
Nella stessa intervista, Dalla ribadì anche la propria indipendenza rispetto alle appartenenze politiche tradizionali. Pur dichiarando di aver votato per anni il Partito Comunista Italiano, rivendicò il diritto di sottrarsi a qualsiasi etichetta: “Negli ultimi anni ho sempre votato per il Pci. Ma oggi rivendico il privilegio di non avere alcuna tessera, privilegio di poter essere critico, senza condizionamenti, anche nei confronti del partito a cui sono più vicino. È il privilegio, tutto sommato, anche di non votarlo più, ma di sentirmi lo stesso comunista. Sono stanco delle etichette. La politica come slogan l’ho cacciata dalla mia vita e dalle mie canzoni”.
Il lancio della molotov sul palco di Dalla arrivò in una stagione segnata da frequenti contestazioni ai concerti. Fra i gruppi più attivi c’erano gli Autoriduttori, espressione dell’area extraparlamentare della sinistra radicale, che prendevano di mira gli artisti ritenuti troppo lontani dalla militanza politica o accusati di essersi trasformati in star. Nelle loro proteste finirono coinvolti non soltanto cantautori italiani, ma anche artisti internazionali come Led Zeppelin, Lou Reed e Santana.
Due anni prima, nell’aprile del 1976, una vicenda analoga aveva colpito Francesco De Gregori al Palalido di Milano. Durante il concerto alcuni contestatori erano saliti sul palco interrompendo lo spettacolo e sottoponendo il cantautore romano a un vero e proprio interrogatorio pubblico. Lo accusavano di essersi arricchito sfruttando temi vicini alla sinistra e di condurre una vita incompatibile con l’immagine che le sue canzoni trasmettevano. Quella serata passò alla storia come il “processo” del Palalido. A caldo De Gregori commentò: “Mancava solo l’olio di ricino e la scena sarebbe stata completa”.

Proprio Lucio Dalla ebbe un ruolo importante nel successivo ritorno sulle scene dell’amico romano. I due si conoscevano già dai primi anni Settanta e avevano collaborato occasionalmente, ad esempio nel 1975 per l’arrangiamento di “Pablo” (uno dei classici di “Rimmel“) e l’anno successivo al testo di “Giovane esploratore Tobia” (da “Bufalo Bill“, altro Lp firmato De Gregori). Ma fu proprio dopo quelle vicende che il loro rapporto si consolidò definitivamente. Nel 1978 incisero insieme il singolo “Ma come fanno i marinai”, mentre l’anno seguente decisero di condividere il palco in una tournée destinata a entrare nella storia della musica italiana. Nacque così “Banana Republic”, il tour dell’estate 1979 che trasformò due artisti molto diversi per carattere e stile in una delle coppie più celebri della canzone italiana.
A pochi anni dalle contestazioni, dai processi improvvisati e perfino dalle molotov lanciate durante i concerti, Dalla e De Gregori si ritrovarono fianco a fianco a riempire gli stadi, inaugurando una nuova stagione per la musica dal vivo in Italia.