Mentre nel Regno Unito gli Horrors portano avanti un interessante lavoro di riattualizzazione estetica del garage (eccedendo forse un po’ troppo nei vezzi filologici e levigando il fuoco originario della loro musica con una miriade di accorgimenti produttivi), in California, per la precisione a Oakland, un temerario quartetto che si fa chiamare Time Flys, realizza a distanza di poco più di un anno dall’esordio “Fly”, un secondo album che va ad aggiungere altri fondamentali tasselli all’esplorazione delle infinite possibilità espressive del suono garage.
Che dire? A un primo ascolto le canzoni sembrano come imprigionate in un opaco pulviscolo di distorsioni ossidate e vecchia ruggine chitarristica, eppure a scrostare i vari strati di muffa dissonante ci si imbatte nel segreto di melodie di notevolissimo spessore nonchè intelligenza. Non serve neppure andare oltre il primo, fulminante singolo “Reality (Is A Rock Band)” per capire che, esattamente come i Ramones trent’anni fa, anche questi Time Flys decidono di abbeverare le loro chitarre scalpitanti alle sorgenti sempre fresche e zampillanti del rock’n’roll più tradizionale, inanellando in una crasi perfetta il garage dei Count Five con gli agili intarsi felicemente schitarranti di un Chuck Berry. Esemplare a questo proposito “Lil’la”, che sembra brancolare rintronata da un rigurgito di chitarra all’altro, prima di deflagrare in uno splendido ritornello che attraversa le onde lunghe dei Ramones come una tavola da surf, prima di andarsi a coricare su una spiaggia di morbidi coretti alla Beach Boys.
La formula dei Time Flys è in fondo così vecchia da sembrare nuova: molecole schizioidi di punk entrano in collisione reciproca, elettrizzate da una scarica di power-pop contagioso e agglutinante, e i ritornelli eiaculano gli spermatozoi impazziti delle loro melodie attraverso coretti inebetiti che si propagano in ogni direzione, sulla scia dei vari Undertones, New York Dolls o Heartbreackers.
Una canzone vale l’altra: da “Stoner Rock” a “Zodiac Killer’s Son” fino a “Dead Rock’n’Rollers” è tutto un fitto grafittismo di chitarre che si gonfiano per scoppiare come brufoli o chewing-gum e batterie sbullonate che saltellano sul materasso disfatto di un’adolescenza punk rock orgogliosamente “da cameretta”, che giammai si rassegnerà a morire.
Il genere di disco che arma la mano di chi l’ascolta. Con una chitarra, s’intende. Ascoltatelo, dunque, e poi compratevene una anche voi, se non l’avete già fatto, prima di perdere tutti i capelli.
08/06/2007