Fujiya e Miyagi. Non vengono dal Giappone ma da Brighton, Inghilterra. Erano un duo soltanto agli esordi, adesso sono in tre. E non sono reduci degli anni Settanta, malgrado la musica che suonano. A loro nome circolava già un album leggerino ed elettronico dato alle stampe quattro anni fa (“Electro-Karaoke In The Negative Style”), e ora se ne escono con il secondo parto della loro breve carriera. Be’, non proprio “ora”: “Transparent Things” è uscito a metà 2006, pubblicato in Gran Bretagna dalla Piccadilly Records. Poi, l’escalation: un’edizione americana dello stesso album (Deaf Dumb and Blind Recordings, sempre 2006), la sponsorizzazione più o meno occulta da parte di gente come Tiga, Lcd Soundsystem, Two Lone Swordsmen (i quali, assieme ad altri, hanno curato vari remix del finto duo) e di recente la riproposizione in grande stile sul mercato europeo da parte della Grönland. Presto anche una versione giapponese, forse patrocinata nientemeno che da Rough Trade.
Il piccolo culto nato attorno all’album ci pare più che giustificato, perché si tratta di un disco divertente e molto ben realizzato, che riesce a trasformare una potenziale e imperdonabile ingenuità in un punto di forza. Ovvero: “Transparent Things” non è altro che uno spudorato omaggio alle declinazioni più accessibili e pop di certo kraut-rock. Ma che dico: non si tratta d’altro che di un plagio continuo, bello e buono, di Neu! e Can, speziato di fragranze madchesteriane e un’ombra di accenti dance contemporanei.
Il richiamo alle fonti è quasi sempre clamoroso, tanto che si potrebbe riassumere il contenuto del disco con uno schema semplice semplice: qui i quattro-quarti mono accordo e senza basso alla Neu! (“Ankle Injuries”, “Conductor 71”, il cui titolo è già intriso di kraut, “Cassettesingle” che, non ce la diano a bere, è di sicuro una outtake da “Neu 75”); là i funk bianchi con un cantato alla Damo Suzuki giovane (le irresistibili “Collarbone” e “In One Ear And Out The Other”, “Transparent Things”); di mezzo, schegge di “Ege Bamyasi” incrociate con i primissimi Kraftwerk e bizzarrie elettroniche d’epoca (“Photocopier”, altro carico da undici, oppure “Sucking Punch”, “Cylinders” e “Reeboks in Heaven”, la bonus track di questa edizione dell’album).
Non fatevi ingannare da un riassunto così schematico, però: in ognuno dei brani ci sono passione e carne al fuoco da fare invidia a molte stelline contemporanee, che si ostinano a prendere come punto di riferimento delle proprie citazioni l’ormai abusata new wave post-punk chitarristica eccetera. Qui la stella cometa parla anglo-tedesco-giapponese, avrà anche respiro breve e orizzonti limitati, ma per il momento guida verso terre note riscoperte con una freschezza e una vena creativa assolutamente di spicco.
03/04/2007