NINA NASTASIA - Dogs

2004 (Touch and go / wide)
folk-rock

Ascoltare un disco piacevole è sempre una cosa per cui vale la

pena svegliarsi cinque minuti prima; a maggior ragione se in un mese tanto

intirizzito come questo gennaio brumoso e quasi tirato via. Cadono come gocce le

note stilizzate da questa autrice americana votata al quasi anonimato, schiva

come poche, erede e testimone di un folk-writing apparentemente sempre

sull’orlo del passatismo, ma tenacemente sempre in grado di riproporsi con

effetto, istrionico come i talentuosi – non sempre, per la verità –

autori/interpreti chiamati a farsi messaggeri per noi avidi ascoltatori. E tra

color che stan sospesi, indecisi se cedere alla tentazione di involgersi

completamente su se stessi o gridare la pena che hanno in corpo, un posto di

spessore lo occupa Nina Nastasia, che mentre correva l’anno del grande botto,

ossia il 2000, esordiva con l’album “Dogs”, recentemente ristampato da Touch and

Go/Wide. Merito all’etichetta dunque, che ci permette di colmare una lacuna

musicale dovuta alla scarsissima tiratura dell’esordio, uscito (e subito

diventato rarità) per la Socialist Records.

Disco leggero, nel senso di

vellutato, che tuttavia si tiene ben lontano da certe esagerazioni cantautoriale

di cui oggidì si riempiono i banchi dei venditori di musica. Nina se la cava

bene con una voce che lascia sempre l’impressione di averla già ascoltata da

qualche parte, neanche fosse un marchio di fabbrica di chi, americana, si volge

alla professione di cantastorie. O forse a causa dell’altro marchio, quello

dell’ascoltatore che cerca sempre di scovare, per far vedere di aver capito un

disco, i giusti accostamenti, gli opportuni riferimenti, le inequivocabili

filiazioni. Magari in un altro mondo musicale, peggiore o migliore di questo, le

cose andrebbero diversamente, ma in questa terra di note nessuno prescinde

dall’ humus culturale (musicale in questo caso) in cui è cresciuto e,

vuoi per tacito omaggio, vuoi per ineluttabile sedimentazione, infarcisce di

citazioni il proprio lavoro. Così fa Nina, che tuttavia appare abile nel

filtrare tale retroterra e rielaborarlo grazie alla propria sensibilità di

ragazza scarna nei lineamenti e nell’arte, tesa e dura come chi si prepara ad

andare a chiudersi in camerino e lì, finalmente, sfogarsi col pianto negatosi

sul palco.

C’è una sorta di primo gruppo: i tre brani iniziali, che ci

introducono nella dimensione più cantilenante dell’autrice. Minimale, ci si

presenta il suo fare musica; cadenzato, accennato e ridondante come una vecchia

filastrocca che ti viene in mente di intonare mentre passeggi in mezzo ai campi,

rivedendo il volto rugoso di una nonna che a te la cantava e che ora non c’è

più. Evidente, questo, soprattutto in “Dear Rose” e in “Oblivion”. “Judy’s In

The Sandbox” fa quasi da trait d’union con quanto verrà dopo.

A una

prima parte abbondante, in cui ricorre la medesima atmosfera, pare accostarsi un

cambiamento d’umore e di suono. Non più aggressivo, ma meno intimo sì. Si

sentono gli archi, in un modo che non t’aspetteresti, e il brano si spegne con

un’ossessiva quanto sgraziato balbettio vocale. E ciò preannuncia “Underground”,

il pezzo che forse più occhieggia al rock e che lascia l’impressione di

ascoltare qualcuno che, pur volendo contenersi, non vi riesca e cede ad attimi

di sfogo a lungo sopiti. I campi ci sono ancora, ma forse da ovest sale qualche

nuvola. E Nina l’acquieta col sogno.

“Dogs”, pezzo intenso e visionario,

malinconico e nostalgico di una vita diversa. Musicalmente completo e simile al

precedente, testimone d’una poetica quasi bucolica. Questi due brani fanno in

modo che Nina, tornando a richiudersi in sé con “A Love Song”, abbia perduto

l’innocenza e la tranquillità dell’inizio del disco.

Permane una forte

immaginazione, così anche nella successiva, struggente “Stormy Weather”, venata

di pessimismo e in “Smiley”, quasi un dialogo interiore dell’autrice, che

stavolta pare voler distruggere da dentro la cantilena che, nel bene e nel male,

sempre l’ha accompagnata. Tanto che nei due brani successivi (“Roadkill” e

“Nobody Knew Her”) pare urlare tale nuova situazione eversiva: “I’m Feeling

Myself Against The Ground” e “I Want To Get Out Of Here”.

Non si

discostano le ultime tracce da quanto detto finora. La spinta visionaria rimane,

seppur non sempre vivida. Paiono bozzetti aggiunti, incollati, per cavalcare

l’onda (ipotesi negativa) o per effettivo bisogno (ipotesi positiva). La voce,

comunque, continua a piacere e certa malinconia non ne vuol sapere di staccarsi

di dosso ad ogni ascolto, e, colpetto dopo colpetto, ti entra dentro. Ma è come

dice Nina, chiudendo il disco: “I know it’s important to feel justified, I know

you thought everything would be much easier”.

12/12/2006

Tracklist

  1. 1. Dear Rose
  2. 2. Oblivion
  3. 3. Judy's in the sandbox
  4. 4. Underground
  5. 5. A dog's life
  6. 6. A love song
  7. 7. Stormy weather
  8. 8. Smiley
  9. 9. Roadkill
  10. 10. Nobody knew her
  11. 11. Too much in between
  12. 12. Jimmy's rose tattoo
  13. 13. The long walk
  14. 14. All your life
  15. 15. 4 yrs

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