Mojave 3, Mazzy Star, Cowboy Junkies,
psichedelia pop, suggestioni shoegaze, tanto vi serva per individuare l’universo
semantico-musicale in cui si muovono gli Zephyrs, qui alla quarta fatica sulla
lunga distanza dopo “A Year To The Day” del 2003 e a quattro anni da quel “When
The Sky Comes Down It Comes Down On Your Head”, che più di un cuore ha fatto
palpitare; e del resto come dimenticare un pezzo del calibro di “Stargazer”…
Con “Bright Yellow Flowers On A Dark Double Bed”, interamente prodotto
dal batterista Marcus MacKay, la band di Edimburgo continua a costruire cimiteri
sonori di atroce romanticismo, sospesi sul limitare del conscio, quasi
totalmente immersi in una dimensione onirica.
Spegnete la luce e
abbandonatevi dormienti agli archi di “Dancing Shoes”, al crescendo passionale
di “Called Beau”, alle narcosi folky di “Ganeesha”… dubito vorrete risvegliarvi.
Come avrete capito, guarda decisamente oltreoceano la musica degli Zephyrs,
e lo dimostra la catarsi country di “What Voltage Is The Moon”, che non
sfigurerebbe in un album dei Canyon, così pure la licenza indie-pop di “Hell’s
Dark Hall”. Menzione d’onore per “Perfume”, collasso slow-core stile Coastal, con tanto di raddoppio
vocale che scivola su un floreale drappo di intrecci elettrici.
Niente
nuove, buone nuove, quindi, dal versante Zephyrs, ma – diciamocela tutta –
magari sottovoce e senza offesa: la band è titolare di un sound derivativo,
piuttosto inflazionato negli ultimi anni. Le buone canzoni sono però garantite,
e se cercate ancora e ancor di più una musica sognante, che accompagni placida i
vostri pomeriggi autunnali, tra uno struggimento d’amore e il caldo ricordo di
un lampo di felicità, allora “Bright Yellow Flowers On A Dark Double Bed” fa
decisamente al caso vostro.
10/12/2006