Pepo Màrquez è un ragazzotto di quelli sensibili, appassionato di musica e in fissa con l'emo-core e i Rites Of Spring, che ha deciso di imbracciare una chitarra e cantare i propri tormenti post-adolescenziali, ritrovandosi ad aprire i concerti per mostri sacri della tristezza (pardon, dell'emozione) come Songs:Ohia e Xiu Xiu. Messo sotto contratto da Acuarela, ha dato alle stampe il suo primo disco, a nome The Secret Society, intitolandolo, programmaticamente, "Sad Boys Dance When No One's Watching".
Uno spaccato molto particolareggiato dell'opera di Màrquez lo offre la traccia d'apertura, "Moving Units": voce sussurrata e sofferta, pochi tocchi di chitarra, qualche "fuck" sparato, romanticamente, contro il mondo, la chitarra elettrica ad aprirsi in squarci, percussioni acustiche e rumorose. Un Micah P. Hinson più instabile e fragile, ma anche più smaliziato, portato sulla strada del peccato/pentimento da Jamie Stewart. Il brano, comunque, è una vera, piccola, gemma. The Secret Society ne cesellerà un'altra. Trattasi di "Fight Fire With Fire", incedere folk formalmente più regolare, ma non meno increspato sotto superficie, melodia cristallina e toccante, la voce che si imposta e poi arriva al limite dello spegnimento.
Un'eccezione. Perché in realtà Màrquez non è un grande autore di "canzoni": i suoi sono piuttosto punti colmi di emozione implosa. "Man Vs Machine", basso sostenuto e strumentazione acustica tagliente (Violent Femmes) e "My Relationship With Above", per sola chitarra classica affilata, non tentano nemmeno la strada della canzone "perfetta" (la prima si aprirà in melodia nel finale, ma più che altro per chiudere e non per costruire), ma sono spunti che si limitano a trasportare il messaggio dell'autore (voglia di rivalsa statica e senza combattere): ciò non comporta spiacevolezza, anzi, ma non riesce a far decollare, sin dove sarebbe possibile, il disco.
Altre volte si indugia invece in brani più lunghi, fra un classico folk sofferto (Oldham) e uno psych-folk: la bella "Da Costa a Costa", in lingua madre, con voce femminile e inserti di fisarmonica; la altrettanto riuscita "La Leyenda del Tiempo", in cui l'esecuzione a due voci è stavolta corale, e ad entrare sono note di piano e violino; la lunga e a note basse "City Lights", forse trascinata troppo, però capace di terminare in gloria con la sua "Pt.II", interamente strumentale. Fra i restanti pezzi si segnala, per la sua diversità, l'uscita dal tunnel, l'inno della rivincita del depresso, del suo sfogo, pur sempre un po' sfigato. E' "Sad Boys Dance!!" in cui alla chitarra che scava veloce fa da sostegno un battito elettronico ben evidenziato e potente, da ballo a testa bassa.
Si può calare, dunque, il sipario sull'opera prima del sensibile Màrquez. Un disco che ammorberà qualcuno e delizierà qualche altro, comunque sicuramente discreto, più che discreto, con qualche picco d'emozione reale e la mancanza di un adeguato tasso di solidità autoriale che non gli permette di essere perfettamente buono, senza alcuna, per quanto non eccessiva, remora.
31/05/2006