Vengono da San Diego, i Some Girls, e suonano hardcore con il vizietto per il noise . Il loro scopo, dicono, è molto semplicemente quello di punire, di brutalizzare la gente. Insomma, un programmino niente male. Sì, lo so: questi proclami molto spesso lasciano il tempo che trovano e, più che produrre carneficine sonore degne di tal nome, finiscono al massimo per farci sbattere un po’, e poi tutti a casa. Ma questa volta, le cose stanno un po’ diversamente, perché i Nostri non sono affatto malaccio, anche se potrebbero osare di più, molto di più. Perché in fondo ai loro maelstrom sonici si intravedono buone, buonissime potenzialità e, in quanto a compattezza esecutiva, avrebbero proprio le carte giuste per mettere mano a qualche lavoro davvero interessante. La precisione, la ferocia, la velocità, il ghigno beffardo-ribelle: l’armamentario giusto, Dio solo sa quanto sia giusto, per vomitarci in faccia quintali di bile con sincopi noise a suon di ripetizione-distruzione (“Beautiful Rune”), acrobazie screamo (“Hot Piss”), ramalama devastanti che accennano a certa complessità post-hardcore (“Dead In A Web”) e assalti all’arma bianca, manco si andasse in guerra, ubriachi fradici (“Warm Milk”).
C’è anche l’epilessi grindcore, per chi vuole e sa gradire, e per chi sa accontentarsi, senza menare il can per l’aia (“You’ll Be Happier With Lower Standards”). Tutto corre disperato, tutto urla in preda al disgusto più viscerale (“Totally Pregnant Teens”) e quando ci si ferma per un attimo a riprender fiato, un lieve brusio di feedback è cosa di poco conto di fronte al metallo e al rumore che pomiciano come dannati (“Bone Metal”) o che, se colano uno dentro l’altro, continuano a pretendere il loro fottuto spazio vitale, sempre più incazzati; incazzati neri! (“Marry Mortuary”).
Lo dicono a voce alta, altissima: “questa è la nostra religione, e fuori un po’ dai coglioni!” “This Is Religion” urla con la gola in fiamme Weis Eisold nella spettacolare cover di “Religion II” (Public Image Ltd.), e ci viene il dubbio che, mentre magari ce ne stavamo al caldo col culo pesante davanti alla tv, qualcosa di molto grave deve essere successo tra quei brutti ceffi dei Locust e quei bastardi dei Cows… Roba che poi non ci dormi la notte e al mattino hai l’aria di uno zombie da lungo tempo in astinenza forzata.
Brani selvaggi come “Skull’s Old Girlfriends” o “Retard And Feathered” sono, invece, detonati con tutto l’armamentario noise-core d’ordinanza, fino a quando, mica per niente esausti, la voce filtrata, riverberata, le chitarre guizzanti come fiamme e una sezione ritmica martellante non affossano il tutto con una jam che sull’orlo dell’abisso ci cammina davvero, e per tredici lunghissimi minuti (“Deathface”).
02/05/2006