Creatura misteriosa e arcana, Hjarnidaudi è un'altra esalazione doom dalle forti connotazioni “avant”. Sulla scia del progetto Hlidolf, il norvegese Vidar Ermesjø aderisce a una visione “ambient” del suono dilatato, diluendo in tre lunghe composizioni un impatto monumentale, astrale e vagamente funereo.
L’iniziale “Pain” viene trascinata da una chitarra maestosa e solitaria, che ripete un’infinita litania di disillusione cosmica, in un gioco chiaroscurale di distorsioni titaniche e risonanze sterminate. La musica è solenne e mastodontica, e ha le parvenze sinistre di un sogno popolato di fantasmi. Trascina, lento ed estenuante, un funerale di proporzioni colossali, tra Jesu ed Earth, accarezzando gelide alchimie di angoscia ed estasi. Un connubio mortifero, sfiancante, obnubilante.
In “Noise”, la marcia dettata dalla sezione ritmica brandisce un altro vessillo di spaventosa imponenza sonica. Il contrasto tra la melodia ora accennata, ora sparpagliata in mille rivoli elettrici e la grandiosa, totalizzante ascesa spaziale trova una via di fuga in una esplosiva cadenza panzer , che depotenzia, poco alla volta, il brano. Nel suo muoversi in bilico tra impeti ritmici e varianti “cosmiche”, Ermesjø sembra aver trovato una perfetta sintesi tra le qualità più tipiche dei suoi precedenti progetti: gli Hlidolf, per l’appunto, e i Kaosvoid.
La conclusiva “March” si apre con lo scandire dimesso e malinconico di una minima frase melodica, simile a quella che potrebbe essere una ninnananna degli inferi, prima che un ronzio blasfemo, cadaverico, doom -sfibrato, ne cominci a seguire da vicino l’andatura sonnambula, assuefatta, un po’ sbilenca, che si flagella con poco; vuoto a perdere… E’ un’ipnosi improvvisa, scaturita dal nulla, subdola, mefistofelica. La vastità degli spazi siderali lascia il posto agli abissi dell’inconscio, alle voragini più depresse della psiche, alle urla più “silenti” del cuore nero. Una potenza alienata, capace di far defluire lentamente tutta la tensione di un’anima repressa e tormentata.
Isolati, avviliti e in marcia, hai la possibilità di immaginarteli, questi uomini senza più Dio che, in colonne sterminate, salgono un calvario senza speranza di redenzione. La prospettiva sconfinata di questa musica si dipana, lentamente, dietro una coltre di feedback pressurizzati, space-drone tonitruanti e lande desertiche di noise filiforme. Scintillante e magniloquente come una messa aliena, “Pain:Noise:March” è un inno al suono ultraterreno, proveniente da un buco nero che pullula di terribili verità.
26/03/2006