"Non esiste gruppo più mitico dei
Faust" diceva
Julian Cope nel suo "Krautrocksampler" e il duo storico formato da Werner “Zappi” Diermaier e
Jean-Hervé Péron, con l'aggiunta del chitarrista
Amaury Cambuzat, non fa altro che confermarcelo.
Simboli viventi di tutto il movimento del
kraut-rock e forti della pubblicazione del nuovo eccellente album "
Fresh Air", i Faust traghettano con coerenza le sperimentazioni destrutturanti post-atomiche degli esordi nel nuovo millennio, incapaci di fare arte fine a se stessa (dice Jean-Hervé Péron "l'arte per l'arte è finita"), ma sempre strettamente legati alla contemporaneità (la guerra in Libia e in Siria, i morti nel Mediterraneo, la Marsigliese destrutturata e stravolta del brano "Chlorophyl", simbolo della Repubblica francese con le mani sporche di sangue per tutte le atrocità accadute negli ultimi anni).
Fin dal loro ingresso è palpabile l'aura di leggenda che li ammanta fin dal lontano 1971, anno del lancinante
esordio. Il nuovo live riesce quindi a evitare il rischio del classico revival passatista, per essere invece attuale ancora nel 2017. Si parte con una versione dilatata (più dieci minuti) e caustica di "Mama Is Blue" del mitico album "nero" ("So Far" del 1972), ricca di droni e distorsioni che sconquassano le orecchie degli ascoltatori. Il lungo
trip continua tra brani della più recente discografia, tra martelli pneumatici a dettare tempi e flessibili da sottofondo
industrial. All'interno del grande calderone c'è spazio per una versione caotica e violenta del classico "The Sad Skinhead" del loro quarto album "Faust IV" (1973) e per i lunghi dialoghi franco-inglesi tra Jean-Hervé Péron e Amaury Cambuzat di "Fresh Air" e "Fish" che, da una parte, riportano alla mente il dialogo a due del leggendario brano del 1971 "
Miss Fortune", dall'altro sono talmente legati alla contemporaneità da far sembrare i Faust un gruppo sperimentale esordiente.
Il vero messaggio che è passato è che l'arte non può che parlare dei propri tempi, dando anche messaggi universali, ma sempre riferiti alla realtà in cui si è immersi. Da qui nasce la figura metaforica del "pesce" descritta nel nuovo brano "Fish", testimone muto e impotente dell'oscena violenza che porta alla morte migliaia di vite umane nelle acque del Mediterraneo, come conseguenza di guerre e scelte politiche che sono la vera cifra dei nostri anni.
L'impressione è che i Faust, indipendentemente dalla loro carta d'identità, non saranno mai dei dinosauri (triste fine di un'infinità di musicisti), ma saranno sempre avanguardia. L'unico momento di auto-celebrazione si ha alla fine con la versione breve e dinamica del loro brano più celebre, la suite elettronico-cosmico per eccellenza, il brano che li ha incoronati simbolo dell'immensa stagione della musica sperimentale tedesca: "
Krautrock", dall'album "Faust IV" (1973).
(Foto di Ivan Serra)