Cosa ci fanno qui i Boss Hog? Non fanno roba nuova da 9 anni, Jon Spencer, la consorte e quegli altri tre spostati. Tutti se lo chiedono, ma sono venuti lo stesso, per lo stesso mio motivo: un amico mi ha detto che l'ultima volta Christina Martinez l'ha leccato in faccia.
Nonostante la produzione un po' discontinua (i Boss Hog sono sempre rimasti un progetto minore per Spencer), di cartucce ne hanno parecchie, ed è roba pesante: "Ski Bunny", "Winn Coma", "Gerard" sono delle schegge di follia e rumore con Christina che grida nel microfono quei ritornelli totalmente punk, per poi camminare come una pantera in gabbia da un lato all'altro del palco, accompagnandosi con la sua voce bassa e sexy. La regola è zero pause, e anche se "Get It While You Wait" e "Whiteout" suonano un po' più morbide, i Boss Hog ci stanno violentando i timpani.
E' una musica meravigliosamente reazionaria, americana, primitiva, fuori moda. Pochi effetti agli strumenti e una batterista che è uguale a una mia ex collega che lavora alla Roche (anche questa qui secondo me lavora alla Roche, ma come cavia). Siamo un pubblico adulto, si sbaglia da professionisti, loro sembrano i nostri Creedence, e mentre tutti i ragazzini sono a vedere Andrew Bird che suona il violino (grazie al cielo) ci godiamo uno spettacolo di vera old school del garage, musicisti che pestano, e più pestano più godono, e più godono più si muovono, e più si muovono più sudano, e più sudano più pestano, e via ad andare.
Il rock'n roll freddino delle Micragirls, spalla modesta ma coraggiosa, semplicemente sparisce davanti a questi mostri a stelle e strisce.