Alla fine degli anni Settanta, un decennio caratterizzato da grandi successi e da alcune battute d’arresto, Michael Jackson era ormai pronto a spiccare il volo da solo. Pur avendo già pubblicato quattro album solisti (“Got To Be There” e “Ben” nel 1972, “Music & Me” nel 1973, “Forever Michael” nel 1975), era del tutto evidente che quei lavori erano frutto della rigida catena di montaggio della Motown e non della sua visione artistica. Il passaggio dai Jackson 5 a The Jackson (fuori Jermaine Jackson, dentro Randy Jackson), con il cambio di etichetta dalla Motown alla Epic Records, segnò un notevole salto di qualità. I due leggendari produttori Gamble & Huff assicurarono che non avrebbero stravolto il modo di cantare dei Jacksons, ma avrebbero curato maggiormente gli arrangiamenti, concedendo alla band di includere almeno due brani composti da loro in ogni album.
Michael imparò moltissimo in quel periodo, soprattutto sulla composizione delle canzoni. “Kenny Gamble e Leon Huff sono due veri professionisti”, ha ricordato in seguito. “Mi diedero l’opportunità di osservarli nella creazione dei loro brani e fu un’esperienza che mi aiutò moltissimo per scrivere canzoni. Quello che mi insegnò più di ogni altra cosa l’anatomia di una canzone fu proprio la possibilità di studiare Huff al pianoforte mentre Gamble lo accompagnava, cantando”. Il risultato furono due album validi, ma poco fortunati, come “The Jacksons” (1976) e “Goin’ Places” (1977). Andò molto meglio “Destiny” del 1978, l'album di maggiore successo dei Jacksons, grazie anche a due singoli trascinanti come “Blame It On The Boogie” e “Shake Your Body (Down To The Ground)”. Un disco in cui misero a fuoco uno stile inconfondibile, tra pop, funk, soul, dance e ballate melodiche, dimostrando di saper scrivere e produrre autonomamente canzoni eccellenti. I cinque fratelli furono affiancati, nella produzione di “Destiny”, dall’esperto Bobby Colomby, batterista fusion e fondatore dei Blood, Sweat & Tears. Grazie a due musicisti del calibro di Greg Phillinganes alle tastiere e Paulinho da Costa alle percussioni, Colomby plasmò, insieme ai Jacksons, un suono più pulito e funky, con un basso più duro e fiati maggiormente incisivi.
Quel sound piaceva moltissimo a Michael Jackson, che aveva in mente, per il suo primo vero progetto da solista, qualcosa di ancora più esplosivo. Anche il “Destiny Tour” fu ricco di soddisfazioni, sebbene Michael fosse inquieto perché sentiva di essere troppo vincolato al gruppo, nel momento in cui avrebbe voluto concentrarsi sul suo nuovo album. Quel periodo fu segnato dal trionfo mondiale della disco, un boom che Michael ha vissuto da protagonista allo Studio 54 di New York, di cui era un assiduo frequentatore. La leggendaria discoteca si trovava sulla 54ª strada a Manhattan, in un vecchio teatro costruito nel 1927 che in seguito, a partire dal 1943, venne usato dalla Cbs come studio televisivo. Da lì, il nome che i due proprietari Steve Rubell e Ian Schrager gli diedero: Studio 54.
Alla consolle si alternavano due dj, veri e propri pionieri del mixaggio su vinile. I loro nomi sono divenuti leggendari: Nicky Siano, che suonava nei giorni feriali e Richie Kaczor, che invece lavorava nel fine settimana. Nel seminterrato si trovava la sala Vip, a cui si accedeva solo su invito personale dei proprietari e dove non era difficile trovare personaggi come Andy Warhol, Diana Ross, Liza Minnelli, Salvador Dalì, Elton John e, appunto, Michael Jackson. “Le persone che venivano allo Studio 54 sembravano personaggi di fantasia: era proprio come andare a teatro”, ha dichiarato Jackson, che lì festeggiò il suo ventunesimo compleanno. “Credo che sia questa la ragione psicologica della mania per la disco: puoi essere ciò che sogni di essere. Le luci e la musica ti fanno impazzire e ti ritrovi in un altro mondo”.
Le lunghe notti allo Studio 54 e il sound di quel periodo furono per Jackson una straordinaria fonte di ispirazione per quello che sarebbe diventato, a breve, “Off The Wall”.
Quei mesi a New York, dove il cantante si trovava per girare il film “The Wiz” di Sidney Lumet, furono fondamentali anche per un incontro. “The Wiz” era un adattamento cinematografico di un musical all black di Broadway, ispirato a sua volta a “Il mago di Oz”, prodotto dalla Motown. I due protagonisti del film erano Diana Ross nel ruolo di Dorothy e Michael Jackson in quello dello Spaventapasseri. Il merito più grande del film (invero non memorabile, se non per le canzoni) fu quello di aver fatto incontrare Michael e Quincy Jones, direttore musicale della pellicola. Curiosamente, una delle collaborazioni più fortunate nella storia del pop è iniziata per una gaffe sul set. Jackson stava provando la parte in cui lo Spaventapasseri estraeva casualmente alcuni proverbi dalla sua imbottitura, quando gli capitò di dire più volte Socràte invece di Sòcrate. L’unico che si prese la briga di riprenderlo fu Quincy Jones, che a voce alta, ma con sguardo amichevole, lo corresse: “Si dice Sòcrate”. Michael sgranò gli occhi e ringraziò con imbarazzo quell’uomo che aveva l’impressione di aver già visto. “Piacere, sono Quincy Jones”, disse il compositore e produttore, tendendo la mano al cantante. “Mi occupo io della colonna sonora”.
I due artisti si erano già conosciuti velocemente a Los Angeles quando Michael aveva solo 12 anni. Jackson, dopo aver girato il film “The Wiz” e attraversato l’America con il Destiny Tour dei Jacksons, doveva solo trovare il produttore adatto alla sua visione musicale. Qualche settimana dopo la fine delle riprese, Michael chiamò al telefono Jones, a cui chiese ingenuamente se avesse qualche nome da suggerirgli per produrre il suo disco. “Perché non lo fai fare a me?”, gli disse Quincy, per lo stupore di Michael, che non pensava fosse interessato alla sua musica. “Se riesce a far piangere la gente con una canzone che parla di un topo (“Ben”, ndr), allora è davvero speciale”, ha dichiarato il produttore.
Jones riuscì a far emergere e a plasmare le idee musicali di Michael, che voleva realizzare un album più innovativo rispetto a quelli incisi con i Jacksons. “Off The Wall” è da molti considerato il miglior lavoro di Michael dal punto di vista musicale (grazie anche al tecnico del suono Bruce Swedien), quello che l'ha trasformato da brillante frontman dei Jacksons ad artista di livello mondiale.
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Fin dalla copertina, con un ritratto del Re del Pop sorridente, con un raffinato smoking e con gli iconici calzini bianchi che spuntavano dai mocassini neri, era evidente la sua volontà di mostrare un’immagine più matura ed elegante. Quincy Jones fece un lavoro strepitoso non solo negli arrangiamenti, ma anche nell’esaltare la voce di Michael. “Tutti alla Motown cantavano con delle tonalità alte, anche Stevie Wonder”, ha sottolineato il produttore. “Io, però, volevo sentire tutte le note che Michael era in grado di fare, utilizzando sonorità più mature”. “Don’t Stop ‘Til You Get Enough”, con la sua introduzione parlata, il basso appena accennato, il grido liberatorio che apre le danze, ha uno degli incipit più memorabili nella storia del pop. La canzone, che l’artista scrisse nella sua cucina, è un trionfo di archi, sassofoni, flauti, chitarre e percussioni come non si erano mai sentiti nella disco music commerciale che dominava le classifiche del 1979. La madre del cantante era contraria al titolo (“Non fermarti fino a che non ne hai abbastanza”), ma Michael lo ha mantenuto perché “ognuno poteva dargli il significato che voleva”.
Non è da meno la scintillante midtempo “Rock With You”, una delle tre canzoni composte per “Off The Wall” da Rod Temperton, ex-membro degli Heatwave, il cui testo gioca anche qui sul doppio senso tra danza e sesso. Seducente, gioiosa e ricca di soul, la canzone, con i suoi archi setosi e la sua invitante chitarra ritmica, è universalmente considerata uno dei massimi capolavori del Re del Pop.
“Working Day And Night” e “Get On The Floor” sono due gemme disco-funk con le quali è impossibile rimanere fermi, in grado di rivitalizzare anche oggi qualsiasi festa. La prima, introdotta da un funambolico beatbox di Michael, era fortemente autobiografica nel testo, con evidenti riferimenti alla febbrile attività degli ultimi dieci anni, scanditi da diciannove album e da diversi tour mondiali. “Get On The Floor” fu composta a quattro mani dal cantante insieme al bassista Louis Johnson. Il musicista mostra qui le sue doti tecniche fuori dal comune con un suono tridimensionale e irresistibile, ottenuto grazie allo slap, che fa tremare il subwoofer dello stereo. Sia “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” che “Working Day And Night” sono state inserite recentemente nella colonna sonora del fortunato biopic “Michael”, in cui hanno un ruolo fondamentale anche nello sviluppo narrativo del film.
Da alcuni critici “Off The Wall” è considerato erroneamente un album di disco music, mentre, in realtà, è un lavoro eterogeneo e ricco di sfaccettature. Basti pensare alla commovente ballad “She’s Out Of My Life”, collocata saggiamente tra “Girlfriend” e “I Can’t Help It”, dopo cinque brani tutti da ballare. “She’s Out Of My Life”, che aveva l’intensità del soul e la teatralità di un brano di Broadway, era stata scritta da Tom Bahler e originariamente destinata a Frank Sinatra, almeno fino a quando Quincy Jones non la ritenne perfetta per la voce di Michael. Gli archi ricchi di pathos di Johnny Mandel aprono il brano prima dell’arrivo del piano elettrico di Greg Phillinganes e della chitarra lamentosa di Larry Carlton. Michael era così coinvolto emotivamente dalla canzone da non riuscire a trattenere le lacrime nel verso finale. “Piangeva ogni volta che la facevamo”, ha ricordato Quincy Jones. “Ne abbiamo registrate una decina di versioni e in ognuna, sul finale, lui piangeva. Allora ho pensato di lasciarla così sul disco”.
“Girlfriend”, oggettivamente il brano più debole di “Off The Wall” nonostante la melodia accattivante, avrebbe dovuto dare il nome all'album. Una mossa commerciale, pensata per sfruttare il traino del brano composto da Paul McCartney: un nome che non ha certo bisogno di presentazioni. L'ex-Beatle la scrisse apposta per Michael (a cui la propose una sera a un party), per poi pubblicarla nel suo album “London Town” del 1978 insieme ai Wings. La giocosa confessione di un triangolo amoroso acquistava consistenza grazie all'interpretazione magistrale di Jackson, un cantante in grado di trasformare in oro anche i brani meno memorabili del suo repertorio. Un'altra perla di “Off The Wall” era “I Can't Help It”, composta da Stevie Wonder e Susaye Greene delle Supremes. Una canzone sensuale e dal mood notturno che, per i suoi cambi di accordi e per l'uso dello scat da parte di Michael, strizzava l'occhio al jazz, grazie allo straordinario piano elettrico e ai delicati synth di Greg Phillinganes.
La title track “Off The Wall”, altro brano eccellente scritto da Rod Temperton, si apre con suoni inquietanti e una risata da film horror. Quasi un anticipo delle atmosfere noir di “Thriller”, anche se poi si trasforma in un frizzante r&b, con un refrain indimenticabile: “Stasera devi dimenticarti del tuo lavoro/ E semplicemente divertiti/ Abbandonati, lasciati prendere dalla pazzia della musica/ La vita non è poi così male/ se la vivi fuori dalle regole”. Poche canzoni, come la romantica “It's The Falling In Love” (scritta da David Foster e Carole Bayer Sager), restituiscono la sensazione inebriante dell'innamoramento. Quel misto di eccitazione e fragilità che Michael e Patti Austin interpretano magnificamente, in uno dei brani più vibranti e gioiosi dell'album.
“Off The Wall” si chiude come un altro inno disco-funk composto da Rod Temperton, dall'eloquente titolo “Burn This Disco Out”. Il brano celebra il potere catartico del ballo, in un momento in cui l'era della disco music stava per volgere al termine, soppiantata, nel giro di un paio d'anni, dall'avvento del synth-pop. “DJ lancia la musica/ Non c'è possibilità che tu ci deluda/ Balleremo fino a bruciare questa discoteca” è un invito quasi superfluo, visto che è fisicamente impossibile ascoltare “Burn This Disco Out” senza muovere qualche parte del corpo.
Quattro dei cinque singoli estratti da “Off The Wall” entrarono nella top top della Billboard Hot 100, un risultato mai raggiunto prima da nessun altro artista. L'album vendette quasi venti milioni di copie, ma, dopo aver vinto 3 American Music Awards e 2 Billboard Awards, si aggiudicò, incredibilmente, un solo Grammy per “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” come Miglior Esibizione vocale di rhythm & blues. Michael Jackson rimase molto deluso e arrabbiato per quella che riteneva (a ragione) un’autentica ingiustizia, ma decise di utilizzare quel dolore come leva per fare ancora meglio in futuro. Il suo obiettivo era chiaro e ambizioso: realizzare l’album di maggior successo di sempre, in cui ogni brano fosse una hit. Tre anni dopo, quando ha visto la luce “Thriller”, quella visione è diventata realtà.