Slam poetry e musica jazz, spiritualità e sinuosità ritmica, testi corrosivi e raffinate sonorità hip hop e soul: nel secondo album di Aja Monet c’è tutto questo, ma anche altro. “The Color Of Rain” non è solo un disco, ma anche un atipico e a tratti surreale insieme di psichedelia, jazz, black music e parole, scandite con una musicalità suadente e con un’incisività che va di pari passo con le invettive contro il sistema americano attuale.
In “The Color Of Rain” le parole diventano musica e la musica diviene parola. Il nuovo disco di Aja Monet ha il pregio, rispetto all’esordio, di concentrare maggiormente l’attenzione sulla musica, permettendo così alle liriche di scavare in fondo. I temi sono l’identità, il malessere, la femminilità, ma non vi sono slogan o leggerezze semantiche. Aja Monet racconta con ipnotiche sonorità jazz-soul di quotidiana spossatezza nella splendida “Elsewhere” e affronta il dolente tema dello sfruttamento sul lavoro con una giostra ritmica di voci, percussioni e tamburi che rimanda a Kip Hanrahan (“For The Congo”).
E’ un album decisamente più ambizioso ed esplorativo il secondo parto dell’artista americana, aspro e tagliente nelle invettive contro lo star system che agitano le funamboliche sonorità punk-funk dell’incendiaria “Hollyweird”, ed incredibilmente tenero e poetico in “Love Is A Choosing”. E’ un progetto colto e atipico “The Color Of Rain”: Aja Monet rielabora le istanze della scena jazz-beat anni 70, volge lo sguardo a Gil Scott-Heron e Stevie Wonder, assimila e assorbe sia l’avant-jazz di Matana Roberts che il modern soul di Meshell Ndegeocello (qui nel ruolo di musicista ma anche di co-produttrice). Surrealismo blues e psichedelico in salsa hip-hop (“Melting Clocks”), estremismo minimalista (“I Came To The Poem”) ed estroverse trame funky-jazz (“Working Class Musician”) si alternano nella tavolozza di colori e sfumature che Aja Monet scandisce con un eclettismo sorprendente e una versatilità vocale che appassiona e tiene alta l’attenzione. Nonostante ciò il tono dell’album resta placido e soave: qualità che vengono esaltate nella splendida pagina finale di “Indigo”, invitando l’ascoltatore a un istantaneo repeat che non mancherà di svelare ulteriori spunti lirici (“Skinfolk”) e musicali (“I Know That I Don’t Know”,“Song Of Myself ”) di rara profondità e bellezza.
22/06/2026