Penso che ci siano pochi dubbi sul fatto che il metal abbia definitivamente cambiato pelle e che l’essenza stessa del suono heavy si sia in qualche modo trasformato passando dalla velocità aggressiva delle origini alla profondità. I canadesi BIG|BRAVE sono tra i gruppi ad aver compiuto il viaggio forse più intrigante e personale insieme ai compagni di etichetta The Body, diventando via via più intimisti e innovatori e costruendo le loro tracce su un’impalcatura profonda di suoni e manipolazioni. Il nuovo album segna una svolta importante per il trio, visto che le composizioni sono sempre più dense e orientate alla chitarra e soprattutto vista l’eliminazione totale della componente percussiva (non è dato sapere se l’accantonamento della batterista Tasy Hudson sia definitivo o solo temporaneo). Proprio per rendere il suono più saturo, la chitarrista/cantante Robin Wattie e il chitarrista Mathieu Ball hanno chiamato per completare il trio un amico di lunga data come il bassista australiano Liam Andrews (MY DISCO, Aicher, Spillings). Il musicista in realtà fa parte da tempo della band nella versione on stage, ma per lui questa è stata la prima volta in studio insieme ai nuovi/vecchi compagni di avventura. Dopo due album straordinari come “Nature Morte” e “A Chaos Of Flowers” la pubblicazione nel corso del 2025 di un album interlocutorio e atipico come “OST”, aveva in realtà instillato alcuni dubbi sul futuro del trio. Perplessità fortunatamente diradate dall’arrivo sugli scaffali del decimo album del gruppo di Montréal, intitolato “in grief or in hope”, definito con (eccessiva) magniloquenza nel press kit come “una visione creativa del suono elettroacustico e della narrazione emotiva, un’infinita ricchezza di distorsioni travolgenti e bellezza devastante”.
A scanso di equivoci, non aspettatevi un lavoro all’altezza di “A Chaos Of Flowers”, ma questo nuovo album consolida i tre musicisti come creatori di un suono riconoscibile, profondo, solenne, dalle dinamiche che si allontanano sempre più dalle ultime vestigia del metal. Ogni brano è un microcosmo di distorsioni in netto contrasto con la delicatezza dei temi trattati e della voce della Wattie. Le progressioni istintive del trio sono rese più vivide dalla registrazione effettuata praticamente in presa diretta ad opera del fido Seth Manchester, ormai maestro nello sfruttare in studio il suono imponente e caratteristico delle loro esibizioni sul palco. Sulle modalità del suo canto tanto ieratico quanto profondo la Wattie ha detto: “Volevo esplorare un modo di esprimermi diverso, più accattivante e melodico, intrecciato all’intensità della strumentazione e ai cambi di tonalità. Non riuscivo a pensare ad altro che al dolore e alla speranza; alla morte e alla vita; alla causa e all’effetto; alle comuni esperienze dell’essere umani”.
La loro modalità di decostruzione sonora basata su strati di chitarra, basso e droni è già evidente dall’incipit di “what may be the kindest way to leave” e simile (facendo le debite proporzioni) a quanto messo a punto dai Low con il capolavoro “Double Negative”. Anche se manca completamente la componente percussiva i brani possiedono una forza fisica impressionante nata dalla densità del suono e dalla tensione continua tra silenzio e saturazione. “a shape of shame” possiede una componente quasi “pop” (prendete il termine con beneficio di inventario…) che nonostante le fondamenta di strumenti distorti, riesce ad elevare la voce che racconta una notte inquieta dove “in ears blood is gnashing reminding me that I’m still alive”. Il primo estratto dell’album, “the ineptitude for mutual discernment”, è una sorta di potente sintesi dell’approccio singolare del trio alla distorsione strutturale e alla complessità emotiva, che, come in altri brani successivi, gioca sulla contrapposizione delle onde spigolose delle chitarre e basso con la voce risoluta di Robin Wattie. La strumentale ed eterea “holding tongue” funziona perfettamente come intermezzo a metà programma, prima che “verdure” richiami già dal nome l’esordio “Feral Verdure” targato 2014, come una sorta di riflessione su tutto il percorso fatto fino ad oggi. E se “skin ripper”, al netto delle parti vocali, sembra un brano tratto dal progetto parallelo di Ball e Andrews chiamato Spillings, “an uttering of antipathy” introduce persino effetti vocali e una leggera manipolazione elettronica che non infastidisce, anzi, contribuisce ad aumentare il senso di alienazione e di dolore trattenuto. La title track chiude il lavoro con una domanda tanto semplice quanto potenzialmente devastante: “when does one feel the most, is it in grief or is it in hope?”.
Niente più assalti, niente più batteria, ma una monolitica impalcatura sonora creata da chitarre, basso, droni ed effetti su cui Robin Wattie riesce ad elevarsi con la sua voce allo stesso tempo forte, limpida e sofferente per un effetto finale tanto potente quanto ormai perfettamente riconoscibile e personale. Se “A Chaos Of Flowers” mi aveva da subito irrimediabilmente conquistato, il nuovo “in grief or in hope” è meno immediato nel toccare immediatamente certe corde intime, ma, dopo ripetuti ascolti, resta forte la sensazione e la consapevolezza di quanto il trio canadese sia diventato una realtà importante e imprescindibile nel suo specifico segmento musicale e non solo, ormai appartenendo a una categoria tutta loro, sospesa tra rumore e contemplazione, tra devastazione e bellezza.
25/06/2026