“L’amore e la violenza” fu qualche anno fa un album in due volumi pubblicato dai Baustelle, che riportava l’electropop al centro del discorso della band guidata da Francesco Bianconi. Toscani come i Baustelle, ma provenienti da Prato, giunti al disco numero quattro, anche i Bluagata nel 2026 incidono il proprio saggio su un dualismo, sposando però un’attitudine alt-rock dal deciso piglio chitarristico. Alternando graffi e carezze, i cinque musicisti propongono un’opera densa e teatrale, quattordici tracce impregnate di rabbia e vulnerabilità, un viaggio nei meandri più profondi dell’animo umano, soffermandosi ad esplorare quella terra di nessuno che separa due opposti: violenza e gentilezza, per l’appunto. C’è una tensione costante che anima ciascun brano, rappresentazione scenica di un espresso atto di resistenza eroica nei confronti di un mondo sempre più cinico e brutale. Venature post-punk ed elementi darkwave completano il mix stilistico, centrato su chitarre distorte (suonate da Folco Vinattieri, mentre la sezione ritmica è guidata da Federico Masi e Lorenzo Mattei) e sintetizzatori cupi.
Un sound tellurico, di grande impatto, capace di creare atmosfere claustrofobiche ma anche di schiudersi verso ritornelli catartici, con il vero fulcro emotivo rintracciabile nelle voci di Alessia Masi e Margherita Bencini, che passano con grande naturalezza dai sussurri confidenziali all’impeto rock, incarnando perfettamente la dualità del titolo. Il lato narrativo, impostato in maniera quasi cinematografica, delinea scenari di vita vissuta, breakdown psicologici, rinascite spirituali. La componente violenta esonda nei brani più tirati, quando la band picchia duro sul tavolo dei tabù sociali, della frustrazione, della rabbia interiore, con la musica che diviene al contempo arma e scudo. La componente gentile emerge invece nelle ballate più oscure e in quei momenti nei quali l’album “respira”, lasciando lievitare dolcezza e malinconia. Confessioni intime, ricordi sparsi, momenti inconfessabili, piccoli affreschi di quotidianità universale. Il lato violento cercatelo anzi tutto nella doppietta iniziale, “La luce in casa” / “Danza con me” e più avanti nelle propulsive “Wow” e “Pesanti”, quello più gentile in tre atti memorabili: “Nuvola”, “Figli” e la conclusiva “Promesse”. Nel mezzo tutto il resto, a partire da “Loop”, con quella capacità di sviluppare melodie che restano in testa per giorni, e “Tutto quello che mi manca”, che centra l’intento di mediare alla perfezione le due anime della band: violenza e gentilezza.
07/07/2026