Gli Imagine Dragons si sono imposti come uno dei gruppi musicali di maggior successo commerciale a livello globale degli anni Dieci, vendendo oltre 70 milioni di album e 65 milioni di brani digitali. Hanno superato quota 160 miliardi di riproduzioni in streaming, considerando i vari servizi disponibili. Sono stati il gruppo più ascoltato su Spotify nel 2018, la prima rock band a vantare quattro singoli con oltre un miliardo di stream ciascuno e l’unico gruppo nella storia della RIAA con quattro brani con certificazioni superiori al disco di diamante. Nel luglio 2026, sono il 54esimo gruppo con più ascoltatori mensili su Spotify. Sulla carta, il consenso per la band sembra trasversale e duraturo. In realtà…
Stilisticamente, infatti, la band sfrutta un insieme di soluzioni che richiamano l’estetica grandiosa dell’arena rock, aggiornata al contesto musicale contemporaneo. Questo rock da stadio, pomposo e radiofonico, è gonfiato da una produzione elaborata, testi facili da memorizzare e melodie immediate. L’aggiornamento consiste in un massiccio uso dell’elettronica, in un ruolo centrale dell’aspetto ritmico e in un gusto citazionista che li vede riadattare e rievocare molta musica del passato. Inoltre, pur affine all’estetica rock, il gruppo non disdegna di attingere altrove per potenziare i propri inni. Ne ricaviamo una fusione di U2, Queen, Muse, Arcade Fire, Coldplay, Bruce Springsteen ma con elementi della coralità pop-folk di Mumford & Sons, ammicchi al pop-rap che rimandano ai Twenty One Pilots e cenni al rock da ballare dei Killers, tra gli altri.
Nonostante il grandioso successo commerciale e il ruolo centrale nell’attualizzazione dell’arena rock, la band ha ricevuto recensioni assai tiepide: all’ascolto attivo, secondo i canoni ormai classici della critica rock, i loro album suonano spesso superficiali, opportunistici e banali. Il loro destino ricorda quello dei canadesi Nickelback, forse il gruppo rock più deriso tra i due millenni. Odio gratuito, per certi versi, che non ha fatto che aumentare la distanza tra due percezioni opposte: da una parte decine di milioni di fan, dall’altra un esercito di detrattori. Ricostruiamo, quindi, la storia di una delle band più divisive del primo quarto di questo secolo.
Gli Imagine Dragons sono nati nel 2008 dall’incontro tra il cantante Dan Reynolds e il batterista Andrew Tolman alla Brigham Young University, dove i due studenti avevano inizialmente reclutato Andrew Beck alla chitarra, Dave Lemke al basso e Aurora Florence al pianoforte. Il nome della band deriva da un anagramma segreto, noto soltanto ai membri del gruppo. Dopo la pubblicazione iniziale di demo su MySpace e la rapida uscita di Beck e Florence, il progetto ha trovato nuova linfa nel 2009 grazie all’ingresso del chitarrista Wayne Sermon, amico di lunga data di Tolman ed ex studente del Berklee College of Music, e della tastierista e corista Brittany Tolman (moglie di Andrew), seguiti a breve dall’arrivo del bassista Ben McKee, un altro studente della Berklee subentrato dopo la partenza di Lemke. Il gruppo ha coltivato un solido seguito di pubblico nella loro cittadina natale, Provo (Utah), prima di trasferirsi a Las Vegas, la città in cui è nato Dan Reynolds, dove i musicisti hanno iniziato a registrare e pubblicare i loro primi Ep autoprodotti.
Imagine Dragons (2009) colleziona sei brani ancora acerbi, debitori di Killers e Arcade Fire e pieni di accorati ritornelli di rock guidato dalle tastiere. Se “Cover Up” mira alla coralità, come certi Kings Of Leon, in generale l’Ep é ben poco rappresentativo di quello che sarà il loro sound. L’idea di costruire una formula di rock elettronico e pomposo affiora in “Hole Inside Our Chest” ma non ancora supportata dalla produzione magniloquente e dalla scrittura immediata. Il successivo Ep Hell And Silence (2010) prosegue nella direzione di un rock da ballare, emotivo e corale. “Hear Me” ha già le sembianze di una possibile hit. Più languidi elementi melodici in “Emma”, che rifulge di tradizione blues-rock, e un passaggio r’n’b come “Easy” iniziano a suggerire una band “senza genere”, pronta ad attingere da tradizioni diverse. It’s Time (2011) indovina la title track, una chitarra acustica e un ritmo da accompagnare in gruppo con piedi e mani, sorretto da una melodia di synth: è un primo esempio di inno da stadio, che otterrà nel tempo sette dischi di platino in patria e numerosi riconoscimenti commerciali in altri mercati. Lo spirito internazionale si concretizza in brani dedicati a città di fama mondiale come “Amsterdam” e “Tokyo”, con un tributo anche alla natia “America”, un brano che diluisce gli U2 in un pop per grandi arene.
Un’intesa attività live contribuisce fortemente all’ottenimento di un contratto discografico con la Interscope e l’inizio della collaborazione con il celebre produttore britannico Alex da Kid. È un periodo di transizione che ha visto anche il definitivo riassetto della line-up con l’uscita dei coniugi Tolman e l’ingresso del batterista Daniel Platzman e della tastierista Theresa Flaminio, la quale ha tuttavia lasciato il gruppo proprio in concomitanza con la firma dell’etichetta.
Anticipato dall’Ep su major del 2012 Continued Silence, Night Visions (2012) è l’album d’esordio. In scaletta troviamo sei brani già ascoltati sugli Ep di cui abbiamo già scritto. Sul fronte commerciale, l’album ha riscosso grande successo negli Stati Uniti ma anche in Australia, Canada, Regno Unito, Germania e Italia, figurando tra i dieci dischi più venduti in patria nel 2012, 2013 e 2014 e ottenendo la certificazione di otto volte platino dalla RIAA. Il progetto discografico è stato supportato da un’intensa attività promozionale e da singoli di straordinario successo planetario ma la critica ha espresso dubbi sulla validità della loro proposta.
“Radioactive” è l’archetipo dei loro successi, un brano d’apertura che incorpora gli elementi essenziali del loro pomposo, lineare, immediato arena rock contemporaneo. La batteria possente dà il ritmo, semplice e coinvolgente, mentre la voce snocciola un testo essenziale. I synth sono il centro dell’arrangiamento, insieme ai cori, con tanti di oh oh ooh nel ritornello. I Coldplay e le loro melodie cristalline sono messi al servizio della pomposità dei Muse e prodotti con l’irruenza di Skrillex. Questo pop-rock elettronico e colossale nasce per grandi arene e pubblici oceanici. Sul piano commerciale, il singolo ha raggiunto la terza posizione nella Billboard Hot 100 statunitense ed è diventato il brano rock più venduto nella storia digitale degli Stati Uniti, stabilendo primati eccezionali come la permanenza record di 87 settimane complessive nella Billboard Hot 100, oltre a conquistare la certificazione di diamante (e successive estensioni) dalla RIAA e a superare un miliardo e mezzo di visualizzazioni su YouTube. Il brano ha inoltre ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui la vittoria di un Grammy come Best Rock Performance nel 2014, ed è stato oggetto di innumerevoli cover, remix e apparizioni in colonne sonore di videogiochi e media globali. Su Spotify ha superato quota due miliardi di ascolti.
Pur presente, la dimensione più legata al folk-pop di una “It’s Time” è stata riadattata allo stadio, con rinforzi possenti negli arrangiamenti. L’eccezione felice è “On Top Of The World”, un inno di gioia con una vivace melodia.
Il secondo centro dell’album è però “Demons”, una versione corale dei Coldplay, prodotta con il volume al massimo. È un altro clamoroso successo, che ottiene 12 dischi di platino negli Stati Uniti, 4 dischi di diamante in Brasile, 8 dischi di platino in Canada, 6 dischi di platino in Australia e Nuova Zelanda, 5 dischi di platino in Italia e 4 dischi di platino nel Regno Unito, in Spagna, in Svezia e in Portogallo. Ha superato quota 3 miliardi di stream su Spotify.
Tra le novità dell’album c’è l’elettronica invadente di “Underdog”, che annega la loro anima pop-rock sotto strati e strati di synth. Il lungo medley “Nothing Left To Say / Rocks” è invece il classico esempio di una delle loro idee che sembra nascere esclusivamente per i live e che funziona meno se ascoltata in altri contesti.
Il secondo album Smoke + Mirrors (2015), sempre insieme al produttore Alex da Kid, cerca di replicare il successo. Sul fronte promozionale, il progetto è stato accompagnato da iniziative di forte impatto, da eventi e inserimenti in prodotti d’intrattenimento di massa. Ha debuttato al primo posto della classifica statunitense Billboard 200 e conquistato la vetta anche nel Regno Unito e in Canada, oltre a superare i due milioni di copie vendute negli Stati Uniti e a ottenere certificazioni di disco d’oro in mercati chiave come USA, Regno Unito, Messico e Brasile. Risultati ottimi ma decisamente inferiori all’esordio.
La scaletta contiene nuovi brani da stadio con richiami degli U2 (“Shots”) e iperprodotti inni corali come “Gold”, una rivisitazione delle idee di “Radioactive” e “Demons” con la medesima centralità della batteria, la struttura lineare e il testo essenziale. La coerenza stilistica è un miraggio: “I’m So Sorry” suona come un hard-rock elettronico e assordante, “I Bet My Life” unisce Coldplay e Lumineers e la minimale melodia per carillon di “Polaroid” ammicca al mondo indie. Capire chi siano gli Imagine Dragons non è facile, se non fosse per le scelte produttive, a partire dal riverbero prezzemolino e la centralità del ritmo, dei battimani, dei cori.
Pur poco amalgamati con il resto, brani come “Friction”, un asimmettrico synth-rock con fiammate industrial-metal, incuriosiscono e suggeriscono traiettorie diverse e possibili. Purtroppo però la scaletta si affolla di altri brani di un pop-rock fin troppo pulito e innocuo, occasionalmente drammatico (“Dream”), altre prevedibilmente corale e un po’ folk (“Trouble”). “Hopeless Opus” rispolvera persino una centralità della chitarra degna dei Queen.
Neanche a dirlo, la critica rimane tiepida, anche ora che il progetto non riscuote un trionfo sul piano commerciale. La dimensione trasversale, verrebbe quasi da dire universale, di questa musica è tuttavia palese ed è già stata platealmente definita nell’album precedente. Rifacendosi ad altri sound di enorme successo, gli Imagine Dragons sembrano dividersi tra tributo e semplificazione o, volendo essere più appuntiti, banalizzazione. A dominare questa formula, per altro capace di garantire hit mondiali, è uno stile nella produzione che appiattisce ogni sfumatura per esaltare potenza, magniloquenza e immediatezza.

Qualcosa sta cambiando, per la band. “Sucker For Pain”, inserita nella colonna sonora del primo “Suicide Squad”, li vede collaborare con Lil Wayne, Wiz Khalifa, Ty Dolla $ign, Logic e X Ambassadors in un brano chiaramente legato all’hip-hop più pop, degno dei più radiofonici Twenty One Pilots. Evolve (2017) è un terzo album decisamente più elettronico, prodotto da un team che comprende Mattman & Robin, Alex da Kid, Joel Little e John Hill. La fase promozionale è stata imponente e capillare, incentrata sul rilascio strategico di singoli di straordinario successo globale capaci di dominare le classifiche di tutto il mondo e da un’intensa attività live.
Commercialmente, il disco si è rivelato il trionfo planetario che non è stato Smoke + Mirrors: ha debuttato alla seconda posizione della classifica statunitense Billboard 200 con ben 147 000 unità equivalenti nella prima settimana, conquistando posizioni di vertice in numerose classifiche nazionali (Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Norvegia, Polonia, Slovacchia, Svizzera, Austria, Belgio, Danimarca) e ottimi piazzamenti altrove (Francia, Germania, Irlanda, Italia, Nuova Zelanda, Scozia, Spagna, Regno Unito). Nel corso degli anni, l’album ha accumulato vendite e streaming monumentali, ottenendo la certificazione di quadruplo platino negli Stati Uniti e in Italia, il disco di diamante in Francia e Polonia, il platino in Germania e Regno Unito e prestigiosi riconoscimenti tra cui una nomination ai Grammy Awards.
Bersagliato dalla critica anche per il tradimento della dimensione più rock, Evolve riafferma la loro potenza come band da stadio. Dall’iniziale e sdolcinata “Next To Me”, arrangiata quasi come un gospel per grandi arene o una colonna sonora un po’ kistch per filmini di matrimonio, è chiaro che non si giocherà di fino. Gli elementi di musica elettronica sono centrali in “I Don’t Know Why” e “I’ll Make It Up To You”, brani ammiccanti e fortemente ritmati che ricordano l’evoluzione (o involuzione, volendo) dei Maroon 5, ma anche nel sound del pop emotivo e pomposo di “Walking The Wire” o in quello più drammatico di “Rise Up”.
Le megahit sono tre: “Whatever It Takes” (19 dischi di platino; 3 dischi di diamante; oltre 1,7 miliardi di stream su Spotify) è un inno perfetto per i grandi eventi sportivi, con l’immancabile coro; “Believer” (14 platini in patria, oltre 100 in totale; 10 dischi di diamante in tutto; vola verso i 4 miliardi di stream) è un pop-rap elettronico con ritornello maestoso, inno motivazionale tra i più efficaci del periodo ma non certo di profondità filosofica; “Thunder” (63 platini e 3 diamanti; superati i 3 miliardi di stream) riduce al minimo la formula, praticamente un groove incessante e un ritornello da cantare in coro, un elettro-arena-rock da manuale che ha tutte le caratteristiche del “tormentone” ma anche i tipici limiti creativi.
Origins (2018) segue sostanzialmente la formula di Evolve. La produzione è stata affidata ai membri stessi della band affiancati da un team di produttori di primissimo piano già coinvolti nel lavoro precedente. L’insieme di pop, rock, rap, r’n’b ed elettronica è esplorato in modo ancora più trasversale in questi dieci brani, quasi si volessero guadagnare un posto nelle varie playlist tematiche di Spotify.
La fase promozionale e di lancio è stata particolarmente ricca e strutturata, trainata da una serie di singoli di grande impatto mediatico. A livello commerciale, Origins ha ottenuto riscontri di grande rilievo su scala globale ma nulla che sia granché rilevante nella carriera della band: per loro ottenere “solo” il disco di platino in patria è una delusione. La prima megahit di turno è “Natural” (21 dischi di platino e 3 di diamante), un brano che segue la formula inaugurata da “Radioactive” resa ancora più urlata, diretta, motivazionale e prevedibile. “Machine” è una variazione, più rock. La seconda megahit è “Bad Liar” (20 dischi di platino e 2 di diamante), praticamente i Coldplay più elettronici e arena rock, masticati per renderli ancora (!) più digeribili. La divertente “Zero”, un leggerissimo pop-rock elettronico per la colonna sonora di “Ralph Spaccatutto”, è lontana dall’essere indimenticabile ma comunque assai meglio di brani senza idee come il pasticcio elettronico di “Bullet In A Gun” o il confusionario folk aggressivo per breakbeat a casaccio di “Digital”.
Come accaduto con l’album d’esordio, primo grande successo, anche Evolve ha avuto un seguito minore. Se i risultati commerciali rimangono notevoli, il sound è ormai un alternarsi di prevedibile e confuso, un guazzabuglio di pop per tutte le occasioni che sembra senza personalità. Gli Imagine Dragons scrivono efficaci inni per le masse, il problema è che questo non basta a sorreggere i loro album. Anche la band sembra stanca: Origins non è seguito dal solito, infinito tour. Serve cambiare direzione, per evitare di rimanere inghiottiti dal proprio successo.
Il nuovo corso della band prende la forma del doppio album Mercury, complessivamente ben trentadue tracce, pubblicate in due “Act” tra 2021 e 2022. L’intero progetto artistico è stato supervisionato e prodotto esecutivamente dal leggendario Rick Rubin, la cui guida è stata fondamentale per spingere il frontman Dan Reynolds a cambiare il proprio approccio lirico, prediligendo contenuti emotivi più oscuri e tormentati. Il titolo del disco trae origine dalla parola inglese mercurial, scelta per riflettere sia la natura mutevole e i problemi di salute mentale affrontati da Reynolds sia l’eclettismo stilistico del gruppo, che spazia liberamente tra alternative rock, pop, influenze hip-hop e sonorità elettroniche. Sarà l’ultimo album in studio della band a vedere la partecipazione del batterista di lunga data Daniel Platzman, ufficialmente uscito nel 2024.
La divisione tra i due atti traccia un arco narrativo legato al lutto e alla guarigione, dove la prima parte si concentra sull’esperienza della morte e della perdita mentre la seconda esplora la fase dell’elaborazione del dolore. La promozione del doppio album è stata al solito straordinariamente ricca e prolungata. Per supportare l’opera, la band ha dato vita al monumentale “Mercury World Tour”, una imponente serie di concerti negli stadi e nelle arene di tutto il mondo che ha toccato il Nord America, l’Europa, l’America Latina e l’Asia, culminando nella pubblicazione del film concerto “Live in Vegas” registrato all’Allegiant Stadium e distribuito sulla piattaforma Hulu.
In apertura, “Enemy” con il rapper JID è forse uno dei loro brani più riusciti in assoluto, un mix di ritornello killer e tocchi creativi, compresa la strofa rap supersonica dell’ospite. Il brano esplora il conflitto interiore e le divisioni sociali, rispecchiando le dinamiche della serie ispirata a “League of Legends” intitolata “Arcane”. Ha conquistato 24 dischi di platino e 6 dischi di diamante in tutto il mondo, trainato da imponenti riscontri negli Stati Uniti, in Canada, in Europa, in America Latina e in Asia.
La scaletta è invece impreziosita da brani sostanzialmente differenti, nello stile e nel mood, rispetto al loro standard. Secondo un approccio più legato alla tradizione rock, canzoni come la tormentata “My Life”, la triste “Wrecked”, il post-grunge strappacuore di “Dull Knives” e l’urlata e fin troppo drammatica “Giants” attingono ad una palette oscura, con sviluppi compositivi che evitano la ripetitività di molti loro successi.
Anche i passaggi più pop hanno a volte una scrittura meno scontata, come dimostrano l’r’n’b ritmato di “Lonely” e il funk digitale di “Monday”. Non si può dire lo stesso di “Follow You”, uno dei singoli, incernierata al solito groove ossessivo e un banale la la la la la, ma è un’osservazione che vale per un altro singolo, “Cutthroat”, un grandioso esempio di rap teatrale, affine al più massimalista dei Kanye West.
La seconda parte del doppio è più allineata al sound dei loro successi, pur con qualche dose di creatività in più. “Bones” è sicuramente semplice e lineare, una hit da manuale, ma evita la ripetitività di una “Thunder” e sfrutta un approccio più rock. Il pezzo ha ottenuto un notevole riscontro nelle classifiche internazionali ed è stato certificato complessivamente con 17 dischi di platino e 3 dischi di diamante in tutto il mondo, trainato da importanti volumi di vendite negli Stati Uniti, in Canada, in Messico, in Europa. Peccato che seguano molte canzoni minori, leggere e inconsistenti anche nei contenuti (“I Don’t Like Myself” regala perle come “I wanna love myself, just like everyone else/ But there are times when I don’t like myself”), con una parziale ripresa con il pop-rock elettronico di “Blur” e scivoloni di empowerment dozzinale come “Higher Ground” (“What a life/
I live until I die”) o di ritriti la la la festosi come in “Waves”. C’è qualche passaggio meno telefonato, certamente, ma anche momenti di emotività che sembrano pensati per essere cannibalizzati da TikTok (“I Wish”, “They Don’t Know You Like I Do”)
Il difetto evidente di Mercury è l’eccessiva durata, con una metà abbondante dei brani che non merita attenzione e che probabilmente sarà velocemente accantonata anche dalla stessa band. Per quanto la prima parte suggerisca una necessaria maturazione, la seconda rinnega questo cambiamento e ripropone soluzioni facili, già testate. Peccato che anche l’enorme successo commerciale si sia notevolmente affievolito.
Loom (2024) è il loro album più breve, quasi a redimersi dalla scorpacciata di Mercury. Ampiamente promosso come loro solito, ha ricevuto recensioni più clementi ma i risultati commerciali sono stati complessivamente deludenti, per un nome come gli Imagine Dragons. Abbandonata la traiettoria arena-pop-rock, la band si è spostata verso un pop elettronico più vicino all’hip-hop, come dimostra da subito l’energica “Wake Up” e conferma “Eyes Closed”, forse il brano più divertente con i suoi bassi distorti. Da qua a scivolare verso un muzak da chiringuito come “Nice To Meet You” e “Fire In These Hills” il passo è prevedibilmente breve e la tentazione di imitare i Twenty One Pilots si fa sentire forte in “Gods Don’t Pray”. Il ritmo incalzante di “Kid” è quantomeno una versione addolcita della fusione tra elettronica e rock che seguì il big beat.
Se l’imponente attività live, portata avanti attraverso concerti oceanici e spettacolari, vivrà degli enormi successi mondiali accumulati negli anni precedenti, non riuscire a sfornare nuove hit rischia di diventare un problema insormontabile nel lungo periodo. Magari Loom è solo un album nato dallo smarrimento della riduzione a trio, più che un grave sintomo di declino. Se pure gli Imagine Dragons non hanno mai scritto un album da ricordare, hanno trovato la loro forza in inni che potessero attecchire presso un pubblico ampio e trasversale che ora sembra aver perso l’entusiasmo di un tempo. Giocando nel campionato del mainstream, è davvero difficile che senza nuovi successi loro rimangano rilevanti anche per chi negli anni Dieci non era ancora un adolescente: sembra la ricetta ideale per trasformare una delle formazioni più ascoltate al mondo nell’ennesimo nome conosciuto solo da un (ampio) gruppo di nostalgici.

| Night Visions (Interscope/Kidinakorner, 2012) | ||
| Smoke + Mirrors (Interscope/Kidinakorner, 2015) | ||
| Evolve (Interscope/Kidinakorner, 2017) | ||
| Origins (Interscope/Kidinakorner, 2018) | ||
| Mercury – Acts 1 & 2 (Interscope/Kidinakorner, 2021 - 2022) | ||
| Loom (Interscope, Kidinakorner, 2024) |