Non è facile inquadrare e delimitare l’importanza di Neneh Cherry: ci sono le hit, certamente, ma anche il suo fondamentale ruolo di collegamento tra post-punk e un nuovo modo di intendere l’r’n’b’ come territorio di confine e contaminazione. C’è la sperimentazione e il legame con il jazz ma anche l’impegno politico e la fierezza dell’indipendenza dal mercato. C’è la curiosità che la porta a esibirsi come deejay o a rileggere brani dei Suicide, degli Stooges e di MF Doom (nello stesso album!).
Cresciuta in un ambiente familiare intriso arte, da madre pittrice e padre musicista, è la figlia adottiva di Don Cherry. Sin da piccola ha assimilato un approccio anticonformista e cosmopolita, vivendo tra Stati Uniti, Svezia e Inghilterra. Già con le sue numerose band giovanili, tra cui le frizzanti Slits e gli imprendibili Rip Rig + Panic, ha dimostrato di soffrire steccati stilistici e facili etichettature. Le sue esperienze nella Londra punk e underground e una formazione culturale ampia ed eterogenea hanno contribuito alla definizione del canto in ottica di performance che unisce una dimensione teatrale e l’amore per l’improvvisazione e la provocazione. Memorabile, in questo senso, l’esibizione a Top Of The Pops nel 1988, incinta della seconda figlia Tyson: un gesto di female power tra i più potenti del periodo. Contribuisce a quest’energia dirompente un inizio precocissimo che la porta a suonare nelle suddette Slits appena quindicenne.
Con la pubblicazione del dirompente Raw Like Sushi (1989), un album multiforme trainato dalla hit “Buffalo Stance”, firma un primo lavoro solista di rottura, fieramente femminista e multiculturale. Scandalizzando un pubblico ancora poco avvezzo a manifestazioni di donne tanto giovani quanto sicure di sé, Neneh Cherry ha saputo unire sensibilità pop, ricerca e provocazione. Importante è stato anche il suo ruolo nel nascente trip-hop: nel suo appartamento di Londra prendono forma le prime sessioni di quel sound oscuro e misterioso ed è difficile immaginare la musica di Massive Attack e Tricky a prescindere da lei – in questo senso, sarà successivamente il singolo “Kong” (2018) a chiudere il cerchio di influenze, echi e contaminazioni. Il secondo album Homebrew (1992), più cupo e lontano da ammicchi commerciali, dimostra che una semplice replica dell’esordio non è mai stata contemplata. Ancora il singolo “7 Seconds” (1994) con Youssou N’Dour e la pubblicazione di Man (1996) rappresentano un ulteriore punto di svolta che la porterà a una direzione indipendente e lontana dal mainstream, secondo un’evoluzione personale e sempre vivacemente creativa. L’elegante sperimentazione del successivo The Cherry Thing (2012) riannoda i fili con le sue radici e i successivi e più elettronici Blank Project (2014) e Broken Politics (2018) rappresentano una sensazionale seconda vita artistica, accoppiata anche all’impegno politico e un sostanziale interesse per l’elettronica.
Nel corso di una discografia caratterizzata da lunghi iati e cambiamenti sostanziali, Neneh Cherry ha dimostrato un carisma maiuscolo che è stato di grande ispirazione per chi è arrivato dopo di lei. La sua eredità si è manifestata prepotentemente in artiste di primo piano degli ultimi decenni come M.I.A., Robyn, FKA Twigs e Little Simz, suggerendo un nuovo modo di essere poliedriche nella musica contemporanea.
Neneh Mariann Karlsson nasce a Stoccolma nel 1964, dalla pittrice svedese Moki Karlsson e del musicista della Sierra Leone Ahmadu Jah. Dopo la separazione dei genitori, viene cresciuta dal patrigno, il jazzista statunitense Don Cherry, assumendone anche il cognome. Trascorre un’infanzia immersa nell’arte e nella musica spostandosi tra la Svezia e gli Stati Uniti, dove la famiglia entra in contatto con numerosi artisti. Vive nel leggendario Chelsea Hotel di New York e per un periodo è vicina di casa di Chris Frantz e Tina Weymouth dei Talking Heads. A quattordici anni lascia la scuola e si trasferisce a Londra. L’anno successivo, seguendo il patrigno in tour, incontra le Slits e va a convivere in un alloggio occupato londinese con la cantante Ari Up. I suoi primi impieghi consistono nel realizzare spillette e fanzine e nell’aiutare a pinzare le copie del primo numero della famosa rivista britannica “i-D”.
Quando arriva a Londra è travolta dal punk, una cultura che sente profondamente affine. Mentre suona con le Slits è una squat cioè vive in case occupate abusivamente. Suona anche in molte altre formazioni, tra cui le Cherries, i New Age Steppers e i Rip Rig + Panic. S’impegna anche come deejay radiofonica nella radio reggae pirata “Dread Broadcasting Corporation”.
La sua carriera solista inizia nel 1982 con la canzone di protesta “Stop The War”, a riguardo della guerra delle Falkland o guerra delle Malvine. L’album solista arriva solo nel 1989 e ha un nome che è tutto un programma: Raw Like Sushi.
Ad aprire è “Buffalo Stance”, il brano che rappresenta ancora oggi il suo maggior successo. Costruita intorno a un beat hip-hop elettronico, è un prodotto che conserva elementi anni Ottanta, come gli scratch e suggerisce nuove contaminazioni con il mondo delle discoteche novantiane. È costruito su un sample abrasivo tratto da “Buffalo Gals” di Malcolm McLaren, brano storico dell’hip-hop. Neneh Cherry rappa strofe serrare ma stupisce quando, con naturalezza, intona il ritornello iconico, una dichiarazione di female power da antologia. Questa sua capacità di cambiare pelle è il punto di forza di tutto l’album, un catalogo di soluzioni in cui lei cambia con naturalezza tono e stile.
Una prima versione di “Buffalo Stance”, intitolata “Looking Good Diving With The Wild Bunch”, apparve sul lato B del singolo del 1986 “Looking Good Diving” del duo Morgan-McVey (prodotto da Stock Aitken Waterman). Il singolo non ebbe successo, ma il brano fu riregistrato con Tim Simenon dei Bomb the Bass, trasformandosi in una hit internazionale (numero 3 nel Regno Unito e nella Billboard Hot 100, numero 1 in Olanda e Svezia).
La tosta e sarcastica rapper si trasforma in una più dolce voce dai rimandi soul in “Manchild”, un trip-hop prima del tempo che ha coinvolto anche Robert Del Naja dei Massive Attack. Il testo però è tutt’altro che accomodante e irride l’immaturità e fragilità di un uomo adulto. Dopo il pop da ballare “Kisses On The Wind”, nella quale si segnalano contaminazioni latin, con “Inna City Mamma” torna a esplorare e superare confini. Un basso quasi dub e una centralità ritmica di matrice hip-hop si sposano con un’intensa interpretazione vocale che racconta le miserie urbane.
L’esplosivo rap di “The Next Generation” ricorda l’approccio al microfono di LL Cool J mentre “Love Ghetto” gode di una potente linea di basso funkeggiante e da un beat trascinante, costruendo un r’n’b dall’arrangiamento raffinato. Le relazioni con gli altri sono al centro dell’album, pur rivelandosi problematiche come in “Heart”, un pop-rap elettronico, e “Phoney Ladies”, un motivetto robotico su cui sono adagiati rap energici e un ritornello da cantare in coro. Uno dei momenti più coraggiosi è la bollente “Outré Risqué Locomotive”, un funk arrangiato con bizzarrie assortite e degno del genio di Prince. “So Here I Come” chiude in modo esplosivo il disco e sintetizza le coordinate estetiche dell’intero lavoro: un groove hip-hop su cui rappare e occasionalmente cantare, aperture pop e ammicchi sensuali e un’attitudine che rimanda alle sue radici punk.
Raw Like Sushi si distingue per la sua eclettica fusione di generi pop degli anni Ottanta, in cui Neneh Cherry alterna canto e rap supportata da un’ampia strumentazione. Con un carisma degno di Madonna e composizioni che possono ingolosire anche gli appassionati di funk-jazz, è un album di pop di fine anni Ottanta che anticipa le contaminazioni tra pop, r’n’b e hip-hop di molte superstar dei decenni successivi. Ha l’argento vivo della gioventù e anche un po’ delle sue sfavillanti ingenuità.
Il secondo album, il più introspettivo Homebrew (1992), non può replicare l’effetto sorpresa dell’esordio. Il jazz-rap sensuale di “Sassy” (con Guru) e l’energico beat e le chitarre compresse di “Money Love” (featuring J$), un funk-rock elettronico con scratch assortiti costituiscono un uno-due iniziale energico. La successiva e languida “Move With Me” punta invece in direzione trip-hop, mettendo in risalto flessuosi vocalizzi soul.
Altri momenti di fusioni tra jazz e hip-hop (“I Ain’t Gone Under Yet”), un r’n’b elettronico (“Twisted”) e un curioso funk-pop sintetico come “Buddy X”, un attacco frontale al machismo, allargano ancora lo spettro stilistico. Spicca anche il funk-pop-rock tutto sommato più tradizionale di “Trout”, anche grazie al contributo di Michael Stipe dei R.E.M.
Anche se alcuni brani puntano fin troppo sulle sue doti di rapper, Homebrew sfoggia arrangiamenti più sofisticati e ambiziosi, con testi più meditativi che affrontano anche tematiche complesse, com’è il caso del razzismo nella conclusiva “Red Paint”. Se Raw Like Sushi è stata un’esplosione, questo è un più meditato lavoro di esplorazione di un mondo musicale tra pop, r’n’b, hip-hop, jazz e rock. L’alternarsi tra canto e rap è stato affinato, anche se Neneh Cherry non trova sempre un suo approccio personale, soprattutto nel secondo.
Il terzo album arriva solo nel 1996 e si intitola Man. Raccoglie brani intensi e vibranti d’emozione, ben lontani dalla leggerezza esuberante di un tempo. Il singolo “Woman” riprende “It’s A Man’s Man’s Man’s World” di James Brown e battezza una scaletta piena di soul e trip-hop. Fa ancora meglio “7 Seconds”, singolo di successo in coppia con Youssou N’Dour, già edito e qui riproposto: una hit trip-hop tra Africa ed Europa.
Perso il brio giovanile, però, i brani rischiano di non avere sempre abbastanza carattere. Accantonato quasi del tutto il rap, la nuova dimensione la porta a canzoni emotive come “Feel It”, rock radiofonici come l’ammiccante “Kootchi” o un funk-rock da Lenny Kravitz come “Hornbeam”. Come cantante è cresciuta enormemente rispetto agli esordi e lo dimostra anche nell’interpretazione di brani altrui, qui soprattutto nella “Trouble Man” di Marvin Gaye. La lenta e atmosferica “Carry Me” è un altro importante contributo trip-hop, uno stile in cui si dimostra ancora capace di distinguersi.
Neneh Cherry dà priorità alla propria vita familiare e la carriera musicale rimane in secondo piano, soprattutto rispetto agli amati figli. La carriera solista viene sostanzialmente abbandonata, tanto che negli anni Zero ritorna con il progetto CirKus, dove interviene senza essere protagonista in due album, “Laylow” (2006) e “Medicine” (2009). Stimolata dalla fervente scena jazz di Stoccolma, nel 2012 rompe uno iato durato sedici anni e collabora con il trio norvegese-svedese The Thing, guidato dal carismatico sassofonista Mats Gustafsson, per The Cherry Thing, composto da sette cover e un brano inedito composto da Neneh (“Cashback”). Lo stile tensivo ed eccentrico di queste riletture è merito tanto di Cherry quanto degli strumentisti, che rendono l’album una delle più eclettiche e brillanti uscite jazz del decennio. Insieme rendono giustizia a “Dream Baby Dream” dei Suicide e ad “Accordion” di MF Doom e Madlib, tributando anche Martina Topley-Bird con “Too Tough To Die” e infuocandosi con “Dirt” degli Stooges. Non possono mancare anche due omaggi visionari al free-jazz di Don Cherry (“Golden Heart”) e di Ornette Coleman (“What Reason Could I Give”), terreno comune di ispirazione del quartetto di Neneh coi The Thing.
Ma Cherry non si ferma a queste personali reinterpretazioni e decide di plasmare ulteriormente questo repertorio. Lo stesso anno esce infatti, sempre per la celebre etichetta norvegese Smallsound Supersound, la variante remix di The Cherry Thing, che coinvolge tra gli altri Four Tet, Carmen Villain, Jim O’Rourke e Merzbow in versioni ancora più audaci e destrutturare delle cover. Si tratta dei suoni con cui Neneh sta lavorando maggiormente e che la portano, in altri due anni di lavoro, a realizzare il suo ritorno solista Blank Project (2014), quarto album solista prodotto e mixato proprio da Kieran Hebden.
L’album si apre in punta di piedi, con un brano quasi a-cappella, “Across The Water” è infatti accompagnato da un groove scarno di percussioni a sottolineare il cantato: “With my hands across the water, with my two feet in the sea / My fear is for my daughters But will God wash over me? / Take our lambs off to the slaughter, take their lives so perfectly / Like your bricks are filled with mortar, cast your wisdom to the brede”. Segue a contrasto il brano che dà il titolo all’album, manifesto dell’intero intero progetto nella sua versione più estrema: una tessitura minimale fatta di beat elettronici acidi, percussioni jazzy incalzanti e poche note di strumenti tradizionali o sintetizzatori accompagna il cantato soul di Neneh Cherry.
La voce, col suo flow narrativo e il suo portato emotivo, è infatti l’assoluta protagonista dell’album, dimostrando di non aver bisogno di alcun orpello o architettura sonora se non di accurati riverberi, che la fanno vibrare nello spazio, e di pochi cori, che la armonizzano rinforzando il significato delle parole. La formula vincente di Blank Project si ripete con colori timbrici diversi da “Naked” a “Dossier”, con passaggi dance più rimarcati dal gusto nineties (“Weightless”), momenti più lirici ed enfatici (“422”) e un duetto con la musicista svedese Robyn in uno dei brani più pop dell’album (“Out Of The Black”), chiudendo con la particolarità di “Everything”, brano dance dall’anima duplice tra groove incalzante e aperture sintetiche cosmiche.
Cherry comprende che non è il momento storico per “rimanere in silenzio” e torna quattro anni dopo Blank Project con un album meno sintetico che manifesta posizioni culturali e politiche ancora più nette. In ogni brano di Broken Politics (2018) Cherry racconta ciò che vede – dalle coste di Calais in Francia ai sobborghi degli Stati Uniti per parlare di emarginazione – e si posiziona come artista consapevole delle proprie responsabilità: “It’s my politics living in the slow jam/ Everything low, rain slow/ Play for supreme/ Delightful, painful/ Play with me synchronized/ I’m a Pisces hanging from the vine/ Live it out a day at a time/ My name is Neneh” (da “Synchronized Devotion”). Il singolo di presentazione è uno dei brani più potenti della sua discografia, “Kong”, prodotta da 3D (Massive Attack) e da Hebden – di nuovo produttore di tutto l’album – con una iconica copertina fotografica realizzata dal celebre artista visivo Wolfgang Tillmans.
Broken Politics ribadisce la micidiale musicalità e la capacità di storyteller di Cherry, che la ricollegano sia alla tradizione di cantautori r’n’b/soul come Curtis Mayfield, sia a ricerche artistiche contemporanee a sfondo politico come “Coin Coin” (iniziato nel 2011) di Matana Roberts. Nel disco si trovano infatti richiami alla storia e alla cultura afroamericana, dai campionamenti di Ornette Coleman in “Natural Skin Deep”, storico collaboratore di Don Cherry, ai riferimenti alla schiavitù in “Poem Daddy” e “Shot Gun Shack”. Il sound, il groove e le pulsazioni del disco provengono invece, ancora una volta, dal coacervo di esperienze meticce del Regno Unito, dai retro-futuristici anni ’90 prodotti a Bristol e Londra, come nella perfetta doppietta “Fallen Leaves” e “Kong”. Gli arrangiamenti di arpa e vibrafono del brano di apertura, di “Synchronized Devotion”, “Black Monday” e “Soldier”, così caratteristici della produzione di Four Tet – basti pensare a New Energy (2017) – richiamano gli interventi di Zeena Parkins negli album di Bjork.
Il percorso di Neneh Cherry definisce un’artista a tutto tondo, per cui la musica prodotta non si slega dalle buone pratiche, da lunghe gestazioni e dal dialogo con le altre arti, fondamentale nei generi che l’hanno influenzata. I trascorsi hip-hop, il brano-manifesto “Woman”, la celebre hit “7 Seconds” con Youssou N’Dour, così come il profondo sodalizio artistico con il marito – il musicista e produttore Cameron McVey – e le collaborazioni con 3D, The Thing e Four Tet, rientrano nel percorso di un’artista femminista politicamente situata che non si pone limiti di genere e che non si allinea mai a tempi e modi dell’industria discografica senza però allontanarsi mai dalla pratica musicale. Neneh porta avanti una “rivoluzione quieta”, in tempi in cui siamo bombardati da news e fake news e sono calpestati i diritti umani dalle potenze mondiali.
La sua significativa legacy è ben rappresentata dalla raccolta-tributo The Versions (2022), che ripropone ulteriori versioni dei suoi brani in forma di cover realizzate dallɜ artistɜ donne e non-binary Robyn, Mapei, Sia, ANOHNI, Greentea Peng, Jamila Woods, Tyson, Sudan Archives, Seinabo Sey, Kelsey Lu e Honey Dijon. Ancora una volta Neneh non vede le proprie canzoni come oggetti stabili e cristallizzati nella discografia, ma come tappe di un nomadismo culturale e politico che in ogni momento possono trasformarsi in un’occasione di incontro e rigenerazione attraverso un lavoro plurale e condiviso.
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| Raw Like Sushi (1989) | 8 | |
| Homebrew (1992) | ||
| Man (1996) | ||
| Laylow (2006, con CirKus) | ||
| Medicine (2008, con CirKus) | ||
| The Cherry Thing (2012, con The Thing) | ||
| Blank Project (2014) | ||
| Broken Politics (2018) | ||
| The Versions (2022) |