Quattro amici e una vecchia casa a Berkeley: a volte le storie cominciano così, da un semplice risvolto della quotidianità. Jack Schrott è un dottorando in fisica, Henry Easton Koehler lavora nell’edilizia popolare, Matt Palmquist è un architetto, Will Fortna è un avvocato ambientalista. Jack e Henry hanno preso in affitto una casa vittoriana in Ward Street, il loro coinquilino Matt si è piazzato in soffitta, Will ha preso l’abitudine di fermarsi da loro ad ogni passaggio in città. Alla sera, dopo aver lavato i piatti, hanno cominciato a suonare insieme qualche canzone, improvvisando un po’ tra la cucina e il soggiorno: Jack e Henry alla chitarra, Matt al basso, Will alla batteria. Ognuno portando le sue idee, ognuno partecipando alle idee degli altri. A fine serata, il loro ritrovo è diventato la terrazza sul tetto, a guardare l’orizzonte di Berkeley in compagnia del gatto. Per continuare a parlare della musica, del tempo, delle cose della vita.
Eccoli lì, sulla copertina di “Fenceline”: quattro trentenni immersi nei colori del tramonto, il profilo della torre dell’università in lontananza, le sagome scure delle sequoie tutto intorno. I Mildred: un nome da signora elegante e un po’ attempata, perché la cosa più importante per loro è non cercare in nessun modo di sembrare cool. Prendete David Berman e Bill Callahan e portateli nella malinconia assolata della California, fategli ascoltare una collezione di dischi di Crosby, Stills, Nash & Young e dei Grateful Dead: “Fenceline” è qualcosa del genere, e per chi ama quel coacervo di suggestioni chiamato Americana è uno degli esordi dell’anno.
Non ci sono gerarchie, nei Mildred, non ci sono leader. Tutti si alternano nella scrittura dei brani, tutti (tranne Will) si alternano alla voce: una “cooperativa organica”, così si autodefiniscono. “Se chiedete a un membro dei Mildred qual è la sua parte preferita di “Fenceline”, non sarà mai qualcosa che ha scritto lui. Se invece gli chiedete qual è la sua parte preferita di una canzone che ha scritto lui, sarà sempre qualcosa che qualcun altro ha aggiunto”.
I ricami della chitarra elettrica e il passo felpato della batteria accompagnano “UPS Brown” tra cieli nuvolosi e sogni ad occhi aperti, in un autunno dove i colori si tingono del marrone dei furgoni UPS e dove anche l’amicizia sembra appassire inesorabilmente. Ci sono scampoli di Wilco tra le pieghe di “Fish Sticks”, c’è il sarcasmo dei Silver Jews nell’andatura agreste di “Fleet Week”. Ci sono armonie vocali profumate di West Coast (“Charlie”), ci sono frastagliature spigolose intorno a cori solo apparentemente spensierati (“Mumblecore Melody”).
Dalla casa di Ward Street è arrivato lo sfratto e i Mildred si sono trasferiti a Oakland. Non sono più coinquilini, ora, ma sono diventati qualcosa di più: una band vera e propria. Per registrare “Fenceline” si sono presi una settimana di ferie e sono andati a Echo Park, nello studio di Luke Temple. Tutti in una stanza, dal vivo, come una volta.
Sono canzoni riflessive e colloquiali, quelle di “Fenceline”, discussioni di filosofia davanti a una lattina di birra. Apri gli occhi e la paura sembra soffocare tutto, mentre palpitano le tonalità desolate di “Aquinas”; ti aggrappi a una pagina di Tommaso d’Aquino, ed è lì che ritrovi il respiro: “I was reading Aquinas/ Learned it’s not the actions, but the mind that defines us/ The thinking not the thought/ The faith, and the feeling/ And this gives me solace”. Perché se è nell’intenzione che si gioca tutto, allora non è il peso delle azioni di ieri a definire chi sei.
Il ritmo si increspa appena in “Cobwebs”, torna a scorrere al rallentatore nella title track. Fino ad arrivare alla pulsazione sintetica dell’epilogo, “Hardcore Of Beauty”, che sembra venire da qualche disco del primo Damien Jurado. La bellezza è una tensione – un’intenzione, ancora una volta – che punta dritta all’essenza delle cose: “Remain close to the thing itself, a concentrated substance/ Vague and heavy duty, at the hardcore of beauty”. Il nocciolo della realtà. L’universo in un guscio di noce.
24/08/2026