The city bleeds but I’m not from here
I retain the right to roam
I built a life rife with promise and squandered solace in monochrome
Il promo del terzo capitolo degli Yard Act ha sorpreso i fan mostrando un’auto data alle fiamme dalla stessa band, metafora visiva di un atto di rottura con il passato, distruzione delle aspettative e di volontà di abbracciare il nuovo e l’imprevedibile. “You’re Gonna Need A Little Music” appare come una summa dell’operato della formazione di Leeds, dalla combo post-punk e sprechgesang degli esordi di “Dark Days” e “The Overload”, al lato dance-punk, avant-funk e territori limitrofi esplorato con “Where’s My Utopia?” (in tal frangente, memorabile la residency del frontman James Smith, andata in onda su Bbc Radio 6 Music per la rubrica “6 Music Artist in Residence“, nella quale parlò a ruota libera della collezione dei dischi del padre e delle sonorità che lo avevano influenzato), con l’aggiunta di elementi sonori in libertà.
Come si potrebbe in parte evincere dal titolo dell’album, il focus è posto principalmente su composizioni e arrangiamenti, frutto di lunghe sessioni in studio tutti insieme e non più a distanza come avvenuto in passato. Le liriche risultano leggermente meno efficaci di quelle dei precedenti lavori, ma non per questo meno caustiche, incentrate sulle conseguenze del successo e soprattutto sulla moltitudine di realtà individuali e (sempre più) distanti tra loro dove ognuno di noi cerca rifugio. A dare man forte in materia di produzione è la figura Justin Meldal-Johnsen (Paramore, Wolf Alice, Poppy, Deafheaven), coronamento di un approccio più orientato in sala di registrazione, che ha permesso al quartetto di lavorare con maggior concentrazione e meno distrazioni.
La partenza si rivela impeccabile grazie alla spinta fornita dal piglio teatrale in ascesa e dall’accento sulle percussioni di “Empty Pledges”, a cui fanno seguito gli inconfondibili passi della “Loser” di Beck amalgamata per l’occasione a frammenti dei Blur di “The Great Escape”, linfa su cui scivolano i versi della valida “New Beginnings”. A livello di scelte stilistiche, un’impronta albarniana fa capolino anche nella successiva “Tall Tales”, che gioca su uno spoken word in lieve crescendo, sostenuto da piano e chitarre, e rispolvera le influenze asciutte del debut, per poi cambiare celermente direzione con “Fiction”, che scende in pista sfoggiando arie tra funky à-la Talking Heads e dance/new rave in zona Lcd Soundsystem.
I balli proseguono trascinati dal coinvolgente piano groove della disco di “You’re Gonna Need A Little Music”, fulcro dell’opera che scorre veloce come la fuga in auto descritta nei versi, con una vecchia radio gracchiante in sottofondo.
Melodie sghembe e un po’ distorte in upbeat frenetico colgono di sorpresa l’ascoltatore con la sarcastica e spumeggiante “Cherophobe Rock”, dove la memoria compie un balzo dritto dritto all’indie-rock chitarristico (e vagamente garagistico) di inizio Duemila, con lo sguardo rivolto a Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs, Hives e affini. “Thrill Of The Chase” rappresenta uno dei punti forti dell’album, offrendo una miscela esplosiva tra rap, riff funk dinamici presi in prestito da “The Payback” di James Brown e potenziati da elettronica e memorie drum and bass, e derive ai confini col metal, per poi calmare i toni con le atmosfere jazzate di “Janey Said”, che strizzano l’occhio all’alternative r&b di Mac Miller.
Il trittico conclusivo è inaugurato dalla cupa “Redeemer”, altro simbolo di quell’imprevedibilità ricercata da Smith e soci e proprio per questo scelta come primo singolo, con basso poderoso in evidenza a supporto di un mix hip-hop, alt-rock e sfumature blues (gli ultimi due dettagli in riferimento più o meno casuale alla “Keep Your Eyes Peeled” dei Qosta).
Chiudono leggermente più in sordina il mood britpop di “Talky Talky People” e la deflagrazione in coda all’indie-rock orecchiabile di “Over The Barrel”. Nel corso del divertissement intavolato da “You’re Gonna Need A Little Music”, gli Yard Act sintetizzano perfettamente ciò che si intende con eclettismo: dal punto di vista del sound la carne al fuoco è moltissima, e parimenti al suo predecessore necessita di qualche ascolto in più per una miglior assimilazione. Conoscendo le potenzialità del progetto di Leeds sul palco, si preannuncia notevolmente efficace anche nella sua proposta dal vivo.
22/08/2026