Risalgono a ben pochi mesi fa gli interrogativi sul futuro dei Westside Cowboy, che dopo la pubblicazione dell’Ep “So Much Country ‘Till We Get There” avevano dato a intendere che il long playing di debutto fosse sempre più vicino. “It Goes On” è volutamente presentato dalla band mancuniana come imperfetto e senza troppi fronzoli, qualcosa che ricordi semplicemente ai componenti perché si sono innamorati della musica (e infatti gli easter egg musicali sono parecchi, ma ben congegnati). Un’istantanea che rappresenta anche abbastanza fedelmente i giovani adulti che stanno vivendo attualmente quel periodo appena successivo al cosiddetto coming of age, dove dubbi e preoccupazioni di ogni sorta la fanno da padroni.
Riconfermata la presenza di Loren Humphrey (Cameron Winter, Wunderhorse, Automatic) alla produzione, per continuare a lavorare intorno a quello stile ribattezzato “Britainicana”, responsabile di una discreta quota dell’hype che circonda da tempo il progetto. Dettagli country e folk sono ancora presenti, ma alla base figurano principalmente indie-rock ed elementi art-rock.
L’apertura ingrana sul crescendo vertiginoso del pezzo di spicco “Kick Stones (The Boys)”, mantenendo ritmi serrati sulla successiva “Paperchains”, dal cui refrain è tratto il titolo dell’opera. “Dobro” ospita un plateale omaggio alla chitarra della “Get It On” dei T. Rex, mentre la crescita delle persone e il loro conseguente cambiamento sono i temi centrali di “Well Done Kid, You Did It”.
We are a worried age
Where your panic feels more real than a thought
And the vivid dreams of a careless death
And it eats, and it sleeps, and it walks
A livello di liriche, una delle canzoni più forti è senz’altro “Worried Age”. A chi scrive è sorto un paragone spontaneo con “Space & Time” dei Wolf Alice, cosa che potrebbe sembrare strana ai più, ma che pone a confronto efficacemente la percezione dei timori dell’avvenire di Gen Z (i Westside Cowboy sono nei loro mid-twenties, quindi è una decina di anni a separarli dai componenti del gruppo londinese guidato da Ellie Rowsell) e Millennials. Tra i due brani vi è una differenza concettuale importante: se nella traccia cantata da Rowsell si chiedevano a gran voce dei gradi di libertà per poter guarire e assimilare il cambiamento, nonostante la paura del futuro, da parte dei Nostri vi è invece una presa di coscienza velatamente amara, dove il panico è un’entità senziente e non più un pensiero o una sensazione, e tutto ciò che rimane è uno stallo emotivo senza soluzione.
Con la dinoccolata “Big Wheels” il pensiero corre verso Bob Dylan, a cui fanno seguito i passi di batteria in primo piano su “Pin Up Boys”, dove emerge maggiormente una quota power pop nineties, e il country-folk concitato di “Coyote”, in cui la voce protagonista è quella della bassista Aoife Anson O’Connell. L’incedere inizialmente cauto e l’esplosione finale di “Patchwork” lasciano emergere memorie dei caroline, per poi cedere il passo alla dylaniana “Take My Leaving As I Love You”, breve episodio ridotto all’osso con chitarra acustica e voce, forse un filo meno efficace del lotto complessivo.
Il finale aperto “You Could Have Died There On The Dancefloor” funge da possibile risposta cinica alla “I Bet You Look Good On The Dancefloor” degli Arctic Monkeys. La pista da ballo non è più il luogo elettrizzante descritto da Alex Turner, ma un posto soffocante e alienante, dove gli sguardi dei presenti sono catturati come falene dalle luci bluastre emesse dagli schemi degli smartphone. Una giovinezza ben diversa da quella edonistica dei fine settimana di provincia in Inghilterra raccontata da “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” esattamente vent’anni fa. Nonostante ci si aspettasse forse qualcosa di ancor più ambizioso dal punto di vista strumentale dopo le prime brevi produzioni, “It Goes On” dei Westside Cowboy non delude affatto, e la sua chiave di volta resta proprio l’onestà quasi spaventosa, soprattutto in materia testuale, messa in campo orgogliosamente dal quartetto.
23/08/2026