Per quanto appagati dal consistente, seppur malinconico, ritorno in scena di “Evergreen” (1997) e felici di aver riassaporato l’euforia del passato con il riuscito “Siberia” (2005), questa volta i fan degli Echo & The Bunnymen possono finalmente sbandierare ai quattro venti il ritorno in grande stile della band di Liverpool.
Artefici di quell’emancipazione che traghettò le istanze del post-punk verso un romanticismo dai tratti psichedelici, gli Echo & The Bunnymen hanno saputo coniugare brillantemente evanescenza melodica e profondità emotiva. Il loro stile, fatto di graffi chitarristici e vellutate trame lisergiche, ha plasmato strutture ritmiche tanto rigorose quanto inquiete, sublimando il tutto con un timbro vocale solenne e dolente, unito a sonorità atipiche e colte.
“Apples For Isaac” vede Ian McCulloch sostenere quasi interamente il ruolo di autore, ben conscio di poter contare sull’apporto di una band solida. L’inossidabile Will Sergeant condivide qui le sei corde con Peter Riley, mentre la sezione ritmica e le tastiere sono affidate alle nuove leve: il bassista Stephen Brannan, il tastierista Mike Smith e il batterista Clem Burke (già nei Blondie), quest’ultimo purtroppo scomparso poco prima della fine delle registrazioni e alla cui memoria il disco è dedicato.
Sono passati ben dodici anni dall’ultimo album di inediti del gruppo e il cambio di registro è evidente: gli Echo & The Bunnymen si lasciano alle spalle la magniloquenza orchestrale di un lavoro poco ispirato come “Meteorites”. Quel che non cambia è la leadership di McCulloch: anche “Apples For Isaac” è, in fin dei conti, l’ennesimo album solista mascherato, spacciato come sempre dal musicista come la miglior cosa realizzata dai tempi di “Ocean Rain“.
Ed è proprio questo il mantra che oggi riecheggia nelle recensioni e nei commenti dei fan. Sono bastate le prime note del singolo “Brussels Is Haunted” per ritrovare l’euforica leggerezza degli esordi, anche se il passo ritmico di Burke non è versatile come quello del compianto Pete De Freitas.
Ma la traccia apripista non è l’unica canzone destinata a risollevare le quotazioni della band: si passa dal rock-blues di “Hijacked” all’elegante decadenza new wave di “The Light That Surrounds You”, fino alla magia malinconica della solenne “An Unstoppable Force”.
La carta vincente di “Apples For Isaac” risiede nell’equilibrata alternanza di citazioni ed elementi spuri. Accade così che all’ennesima citazione di David Bowie (“I’ll Be Your Sunshine”) il gruppo accosti un vivace rock’n’roll disturbato dal sax (“Lab Rats Ran”), o che alle trame funkeggianti in stile Madchester di “Take Me By The Hand” contrapponga le grevi sonorità di “We Prayed In The Dark”. Il tutto è sorretto da una verve e da un brio che riecheggia anche nelle tracce meno memorabili (“Honey” e “Asimov”).
Essenziale e melodicamente non privo di slanci, “Apples For Isaac” è un disco che restituisce alla band la dignità e la forza del passato, ma sono pochi gli episodi che reggono il confronto con l’eccellente quartetto discografico degli esordi.
La voce di Ian McCulloch ha perso parte dell’ambiguo fascino iniziale, è subentrata una vulnerabilità emotiva che a volte strappa un sorriso e, forse, anche una furtiva lacrima, ma il confronto con il passato rischia di stemperare il pur lecito entusiasmo dei fan, “Apples For Isaac” è infine il miglior album solista di Ian McCullogh, dignitoso e intrigante al punto da guadagnarsi la nostra attenzione per il futuro.
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23/09/2026