“E attraversano la notte a piedi per truffare la malinconia”. In fondo, potremmo immaginarli proprio così i due amici, pronti a partire, spazzando via le nuvole. Un incontro che era scritto nel destino, fin dai tempi di “Pablo” e “Giovane Esploratore Tobia”, ma che matura definitivamente al tramonto del decennio Settanta. Quando la notte della Repubblica aveva già lasciato la sua scia di terrore e l’Italia cercava una via d’uscita dagli anni di piombo. Magari inseguendo proprio atolli tropicali o eremi politici cubano-caraibici. “Banana Republic” può essere l’eldorado. O forse è proprio l’Italia, il paese “metà giardino e metà galera”, dove i governi durano lo spazio di un’estate. E dove sul banco degli imputati, invece dei politici corrotti, finiscono i cantautori. Ne sanno qualcosa entrambi: Francesco De Gregori ha subito un durissimo “processo” al Palalido di Milano da parte di un gruppo di autonomi, mentre Lucio Dalla si è beccato una molotov sul palco durante un concerto al Castello Sforzesco.
Truffare la malinconia del Palalido non è facile, però, per De Gregori. Ci vogliono almeno due anni. Qualche concerto nella fidata Emilia, giusto per riprendere contatto con il palco. Poi, l’evento che cambia tutto. È l’amico Walter Veltroni, all’epoca responsabile Stampa e propaganda del Pci, ad avere l’idea. Un concerto allo stadio Flaminio di Roma, con Dalla e De Gregori insieme sul palco. La proposta piace a entrambi. E soprattutto piace al pubblico, che accorre in massa: 40mila sugli spalti del secondo stadio della Capitale, forse, non si erano mai visti.
Ma tutto avviene in fretta, con buona dose di casualità. I due amici prendono il treno insieme e nello scompartimento iniziano a buttare giù la scaletta. Poi, sul palco incrociano chitarra e clarinetto, facendo esplodere il Flaminio. Roma riabbraccia De Gregori come un figlio, lo rincuora, incoraggiandolo a dimenticare l’incubo milanese. È una festa, insomma, e la Rca gongola, intravedendo la possibilità di un tour da sold-out ovunque.
La strana coppia
I due si integrano a meraviglia. Dalla è il poeta stradaiolo, il cantore randagio di storie di periferia bizzarre e surreali, dove la provincia emiliana fa da specchio al mondo. È anche un notevole interprete, di impronta soul, e un personaggio istrionico, con il suo miscuglio di sintassi parlata e dialetto, e con la battuta salace sempre in tasca. De Gregori è il suo alter ego aristocratico, il principe malinconico e fascinoso, che mette le sue figure letterarie e le sue citazioni colte al servizio di storie vere, di quelle che, per dirla con George Brassens, “crocifiggono il mondo”.
Ma c’è anche tanto divertimento tra i due. De Gregori ha ritrovato l’allegria di cantare. E ha già composto un pezzo di canzone dal ritmo saltellante e dal testo ironico. Dalla ci aggiunge il suo tocco inconfondibile. E la canzone, “Ma come fanno i marinai”, è pronta per diventare un 45 giri di successo. Perfino a Discoring, il programma musicale di punta della Rai, dove i due inscenano una beffarda pantomima, con Dalla che svita il clarinetto e De Gregori che fa precipitare a terra la sua chitarra, mentre la musica va avanti nel nome del playback.
Dalla, nel frattempo, è al culmine della popolarità. Il suo disco omonimo ha scalato le classifiche, facendo breccia anche nel cuore delle critica più arcigna, con le sue ballate struggenti (“L’anno che verrà”, “Anna e Marco”, “Stella di mare”) e le sue apocalissi elettro-rock (“L’ultima luna”). E nella tracklist c’è un altro frutto del sodalizio con De Gregori: “Cosa sarà”, cantata a due voci, su musica di Rosalino Cellamare alias Ron e testo di Dalla. È anche il lato B del singolo “Ma come fanno i marinai” e diventerà un cavallo di battaglia dei futuri show.
Laggiù nel paese dei Tropici
Tutto è pronto, insomma, perché salpi la nave diretta “laggiù nel paese dei Tropici, dove il sole è più sole che qua”. “Banana Republic” è il nome della tournée e della riuscitissima traduzione degregoriana della canzone scritta e incisa da Steve Goodman e portata poi al successo da Jimmy Buffett nel 1977. Una ballata malinconica, cantata in duetto, dove affiora ancora una volta un’America marginale e disperata, ammalata di solitudine e di nostalgia:
Gli americani che espatriano
fanno il verso alla nostalgia
raccontandosi senza crederci
mille volte la stessa bugia
E poi verso sera li vedi
tutti a caccia, una donna e via
e attraversano la notte a piedi
per truffare la malinconia
Gli ultimi dubbi di Dalla si dissolvono in un colloquio con l’amico Gianfranco Baldazzi: “‘Sarà un successo clamoroso’ – racconta quest’ultimo – gli dissi senza esitazione. ‘Farà molto bene a Francesco, ma farà bene soprattutto a te… Ti manderà in orbita. Francesco ti presterà la sola cosa che non hai: il suo charme’. ‘Ma lo sai quanto è bravo Francesco sul palco, e poi lui è… un principe’, gli replica Dalla. ‘Sì, ma tu sei un mago e sei anche più puttana. Comunque, vi divertirete moltissimo’, chiosa l’amico”.
Mentre i due protagonisti completano le prove a Rimini, prende forma un supergruppo, pronto ad accompagnarli: Ron agli arrangiamenti, più l’intero nucleo dei futuri Stadio che in quel periodo supportava Dalla, ovvero Ricky Portera alla chitarra, Marco Nanni al basso, Giovanni Pezzoli alla batteria, Gaetano Curreri e Fabio Liberatori alle tastiere, mentre De Gregori porta in dote George Sims alla chitarra e Franco Di Stefano alla batteria.
Ma al di là dello straordinario “cast”, che dona un’energia rock insolita per il songwriting tricolore, la tournée resterà nella storia anche per le sue dimensioni mastodontiche: un enorme palco, allestito direttamente dalla Rca, che sputa una potenza di fuoco di 40.000 watt. E anche l’audience non è da meno: le grandi arene, gli stadi, sempre gremiti di pubblico. Un pubblico diverso, variegato e intercategoriale, non più composto solo da giovani, musicofili, fan, ma anche da intere famiglie.
Non era mai successo che due fuoriclasse della canzone di questo livello si esibissero insieme. E non è azzardato sostenere che con “Banana Republic” sia risorta in Italia la stagione dei grandi concerti di massa, dopo il periodo della contestazione. De Gregori racconta anche di come, in quel tour per lui “terapeutico”, si sciolse la sua proverbiale ritrosia nei confronti del pubblico: “Mi ricordo di una sera, avevamo terminato un concerto, io mi ero voltato a sistemare l’amplificatore, non so a mettere a posto la chitarra, poi mi son voltato e ho visto migliaia e migliaia di fiammiferi accesi, ed è stato bellissimo”.

Un road movie italiano
Il padre di tutti i kolossal da stadio inizia a Savona il 16 giugno 1979 e riempie le gradinate di mezza Italia: il Luigi Ferraris di Genova, il Comunale di Torino, il San Paolo di Napoli, il Flaminio di Roma, il Sant’Elia di Cagliari, dove chiuderà i battenti un mese e mezzo dopo, il 28 luglio.
In una sorta di epico road movie italiano, i due (ma sarebbe forse più corretto dire tre, visto che la presenza di Ron è tutt’altro che marginale) allestiscono un vero show, che si nutre di gag, colpi di scena, improvvisazioni. Il piccolo Dalla è il guitto da palcoscenico, l’ammaliatore delle folle, ma anche il più “musicista”: si destreggia tra sax, piano e clarinetto, quando deve accompagnare il più rigoroso compare, di sette anni più giovane e di diversi centimetri più alto, che a sua volta lo asseconda con chitarra e percussioni quando gli cede il microfono. Persino l’avvicendarsi delle due voci – sporca e sanguigna quella di Dalla, col suo caratteristico accento bolognese, più velata e morbida quella di Gregori, col suo impercettibile timbro romano strascicato – accende la magia.
È il tintinnio del triangolo che apre “Banana Republic” a dare il la a ogni serata. Poi, si avvicendano i classici. Come naturalmente “Pablo”, che Dalla tonifica al sax e al piano, donandogli una veste più stratificata. O come “Bufalo Bill”, anch’essa rinvigorita, grazie ai taglienti feedback elettrici di Portera. “Niente da capire” resta invece più spoglia, nella sua confezione acustica, appena impreziosita da qualche ricamo jazzy di Dalla al clarinetto. Su “Quattro cani” Dalla si dedica ai cori, mentre per “Santa Lucia”, che è la sua canzone preferita del Principe, lo lascia solo, a struggersi in quell’abisso di malinconia.
Anche Dalla ha ovviamente i suoi cavalli di battaglia, da “Anna e Marco” a “4 marzo 1943”, passando per “Piazza Grande”.
Ma non c’è scopo promozionale nelle intenzioni dei due. Quantomeno in quelle di De Gregori, che addirittura rinuncia a proporre i brani del suo ultimo disco omonimo, pubblicato un anno prima (salvo qualche sporadica esecuzione di “Natale” e “L’impiccato”) e di quello che sarebbe uscito pochi mesi dopo il tour, ovvero “Viva l’Italia” (la title track e “Gesù Bambino” compariranno solo in alcune esibizioni, ma saranno comunque escluse dalla tracklist finale dell’album “Banana Republic”).
Nelle scalette c’è spazio anche per alcune cover, come quella di “Gelato al limon” di Paolo Conte, che farà dire all’Avvocato “Mi avete lasciato solo il titolo” e finirà anche sul disco, mentre quella di “The Road” di Jackson Browne, tradotta da Dalla, si trasformerà in uno dei grandi inni di Ron, “Una città per cantare”, con De Gregori protagonista nella strofa della ripresa. Il gran finale, invece, è sempre uno stravagante medley di “Addio mia bella Napoli” a cappella sfumata nella corale “Ma come fanno i marinai”, che incendia sistematicamente l’audience.
Il tour di “Banana Republic” non è solo il fenomeno dell’estate, è uno dei più grandi eventi della musica italiana di sempre. Dalla e De Gregori traghettano la canzone d’autore dalle elite alle masse, dissolvendo gioiosamente quella cappa ideologica nella quale erano rimasti loro stessi invischiati. Entrambi, infatti, nonostante la loro dichiarata appartenenza all’arcipelago della sinistra, erano stati a più riprese accusati di tradire la causa del cantautorato militante svendendosi al music business. E non solo loro: anche big internazionali come Led Zeppelin, Chicago, Lou Reed, Santana erano stati costretti a interrompere le loro esibizioni, sotto una pioggia di molotov e lacrimogeni. Così l’Italia era stata tagliata fuori dalla mappa delle grandi tournée mondiali.
“Banana Republic”, quindi, riapre le porte alla musica dal vivo: non a caso Patti Smith tornerà in Italia proprio nel settembre di quel 1979. Ma non è solo un fatto musicale. Se ne accorge anche la grande stampa, che dedica all’evento articoli e copertine. Incluso il più importante settimanale italiano. Il direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, e il suo miglior cronista, Giorgio Bocca, approdano a Pescara prima di un concerto. Ma l’intervista col duo musicale più celebrato del momento si rivela molto più complicata del previsto. Giorgio Lo Cascio la racconta così: “All’arrivo dei due giornalisti, lo stadio è ancora deserto. Lucio e Francesco siedono su due panchine separate. Quando la macchina blu sopraggiunge, Lucio si alza in piedi, si fa loro incontro e apostrofa immediatamente Giorgio Bocca: ‘Caro Giorgio, ti ricordi di me? Ti ho telefonato due anni fa per i fatti di Bologna: ti volevo parlare dei fatti di Bologna, ma tu rispondesti che non sapevi chi ero e che avevi cose urgenti da fare!’. Bocca è in difficoltà e Zanetti interviene per mediare perché desidera che sia realizzato un articolo”. In copertina finirà solo Dalla, ma per una ragione molto semplice: De Gregori aveva fatto sapere di non avere alcuna intenzione di fare quell’intervista. Sarà forse il più celebre dei suoi numerosi “no”.In realtà anche dietro le quinte del tour non mancano i momenti di elettricità, con il buon Ron spesso nei panni del mediatore. Lo stress e la tensione si accumulano, tra una data e l’altra. Sims, ad esempio, si scontra con Dalla e saluta la compagnia.
L’album live
Ma nonostante tutto la nave di “Banana Republic” va. E quando giunge al porto finale di Cagliari è già diventata un disco, missato dallo storico produttore Alessandro Colombini negli studi Rca di Roma. Con una tracklist invero piuttosto succinta, estrapolata da tre sole date Brescia, Verona e Bologna. Finiscono su vinile soltanto dieci pezzi: “Banana Republic”, “Gelato al limon”, “La canzone di Orlando”, “Bufalo Bill“, “Piazza Grande”, “4/3/1943”, “Santa Lucia”, “Quattro cani”, “Addio a Napoli” e “Ma come fanno i marinai”.
In ogni caso, il disco vende 400mila copie divenendo il secondo bestseller italiano del 1979, proprio dietro l’omonimo album solista di Lucio Dalla. Da quella serie di concerti su e giù per lo stivale nascerà poi anche un film-concerto, rarità per i tempi, diretto da Ottavio Fabbri e prodotto dalla Vides. Con Dalla prim’attore assoluto. “La differenza tra me e Dalla, è vero, esiste – riconoscerà De Gregori – Lucio canta quattro pezzi in più. Ma posso capire. Al montaggio c’era la voglia di tirare su il film e Lucio sul palco è una carica di energia. Io faccio pezzi più tranquilli”.
Ma la tesi di un De Gregori ancora una volta relegato sullo sfondo dal più esuberante compagno questa volta non ha molto senso. Il tour è uno scambio reciproco, di battute, pensieri e intuizioni musicali. Oltre che, ovviamente, il prodotto di un’amicizia schietta, come traspare dalla celebre lettera inoltrata dal Principe (nomignolo affibbiatogli – a quanto pare – proprio da Dalla e da lui sempre mal digerito) al suo compare bolognese.
Caro Lucio,
sei senza dubbio, l’amico, il cantante, che amo e che stimo di più in assoluto. E questo lo si sa; è già stato detto. Quello che, forse, non si sa è che da te ho “preso” molto, artisticamente e umanamente; da te ho copiato, sei l’unico artista che mi ha insegnato tante cose: non escludo che tu abbia fatto lo stesso con me, in passato, del resto continui a dimostrarmi la tua stima, ogni giorno che lavoriamo insieme in studio di registrazione… E questo mi rende felice, aumenta la mia carica, la mia energia nella fase produttiva, che tu sai quanto sia meravigliosa e dura, delicata e piena di dubbi.
È vero, siamo molto simili: siamo ambedue imprevedibili, è molto difficile prevedere soltanto mezz’ora più tardi; io, forse, apparentemente più razionale di te, meno disponibile, meno gentile, meno dolce e affettuoso di te… Ma dipende, oltre che dal mio carattere, anche da una scelta ben precisa: mi difendo a priori, ho eretto una invisibile muraglia di protezione alla mia intimità; tu invece non ti devi difendere, sei un ragazzo di strada, abituato allo scontro continuo come all’incontro. Ma poi comunque i risultati sono gli stessi: stessa impuntualità, stesse scadenze non sempre rispettate, impossibilità di pianificare, non dico un anno, ma neanche una giornata.
Hai otto anni più di me, ma sei molto più giovane, più inesperto, più indifeso, più sprovveduto di me. Sei una persona piccola e pelosa, io sono alto e con qualche capello in meno; anche quando siamo temporaneamente lontani, chissà come, continuiamo a comunicare, non so come, continuiamo a copiarci: anche a distanza verifichiamo una rispondenza continua nel nostro lavoro. E allora continuiamo a lavorare insieme, a produrre insieme, non pianificando, perché non ne siamo capaci, lasciando tutto al caso, come è stato fino ad ora. I nostri “Marinai” (la gente forse non ci crede) sono nati a pranzo, quando, dopo il caffè, ci siamo messi a suonare insieme… Poco dopo, scrivevo qualcosa; il giorno dopo, sei tornato e abbiamo realizzato la canzone! Sul palcoscenico abbiamo addirittura improvvisato “4-3-1943”, divertendoci e facendo divertire… È troppo bello, Lucio, cantare in due una stessa canzone, continuiamo, vediamo “cosa sarà”, insieme. E intanto Lucio, sono d’accordo con te, – viva la canzone – ma oggi anche – viva la canzone in due!”.
Tuo Francesco
Separarsi per amicizia
Proprio in nome di quest’amicizia, paradossalmente, i due separano le proprie strade. Forse per non rinunciare alle rispettive identità. Forse per non diventare come quella “macchina butta-canzoni per due occhi tondi come duecento lire” evocata da Dalla in una delle sue canzoni più belle e meno conosciute: “Madonna Disperazione”.
No, i due non possono diventare i Simon & Garfunkel italiani, perché costerebbe “troppa fatica finanziaria, psicologica, musicale” come spiegano nel film di “Banana Republic”. Ci sarà sempre una città per cantare, insomma, ma mai più insieme. Salvo una volta: “Dopo il tour insieme stringemmo un patto, non avremmo mai fatto un revival per evitare la tristezza del reducismo – racconta Dalla – Però quando De Gregori venne a cantare al Palasport di Torino, accompagnato da Ron, decisi di fargli uno scherzo. Mi feci rinchiudere in una cassa di legno dove restai come un fachiro per una ventina di minuti, poi sull’attacco di ‘Cosa sarà’ saltai fuori con il sax e lui ci rimase come un’acciuga”.
Da allora, Dalla e De Gregori non si sono praticamente più incontrati su un palco per molti anni. Con un’eccezione: il concerto del 31 dicembre 1997, ad Assisi. È la Notte degli Angeli, in favore delle popolazioni colpite dal terremoto in Umbria, trasmessa in diretta da Raiuno per celebrare Capodanno. Si esibiscono a parti invertite: Dalla canta “La donna cannone” e suona il sax in “Pablo”, De Gregori risponde con “Tutta la vita”. Poi, il classico duetto di “Cosa sarà”. Ma finisce lì, senza particolare coinvolgimento né entusiasmi.
I due proseguono le rispettive vicende artistiche a rigorosa distanza di sicurezza. Anzi, prende corpo perfino la falsa leggenda che tra loro non corra più buon sangue. Ma come in tutte le storie può spuntare sempre il colpo di scena finale. Anche senza un vero e proprio annuncio.
La reunion di Work In Progress
A riaccendere la scintilla è uno spettacolo diretto da Lucio Dalla in piazza Castello, a Solferino, dove si ricorda la battaglia del Risorgimento con testi di Roberto Roversi, recitati da Marco Alemanno. È il 24 giugno 2009 e, se i numeri non ingannano, forse non è un caso. Perché sono passati esattamente trent’anni dalla serata d’esordio di “Banana Republic”. E per l’occasione Dalla ha invitato De Gregori a cantare alcuni dei suoi pezzi legati alla storia d’Italia. Sul palco i due si annusano, si ritrovano, si emozionano. E alla fine cantano insieme un’intensa “Santa Lucia”. Sembra finita lì, ma la curiosità cresce, nonostante un cumulo di sospetti e diffidenze.
I tempi sono cambiati. E nell’era di internet possono essere anche tre righe diffuse da un sito di vendita di biglietti online (TicketOne) ad annunciare un ritorno clamoroso, atteso da trentuno anni. In calendario, il 22 gennaio 2010, è prevista proprio una performance live di Francesco De Gregori e Lucio Dalla al Vox Club di Nonantola, un piccolo locale nei dintorni di Modena. Niente a che vedere col gigantismo del kolossal del 1979. C’è però la sensazione che l’esibizione a due possa essere il preludio a nuovo tour. Perfino il titolo scelto per la serata al Vox, “Work in progress”, autorizza a sospettare che sia qualcosa di più di una estemporanea rimpatriata musicale tra amici.

Alle 21 salgono sul palco De Gregori, con berretto grigio e felpa con cappuccio blu, e Dalla, con un gessato avana a righe scure sopra una polo. Un inizio soft con il Principe all’armonica dylaniana, l’omino piccolo al clarino e un piano ad accompagnarli: attaccano una strumentale, toccante “Over The Rainbow” (canzone degli anni Quaranta resa celebre dalla voce di July Garland, nonché storico inno gay) e l’attesa si scioglie in un lungo applauso. Un pubblico di vecchi e nuovi fan: c’è anche chi, ai tempi di “Banana Republic”, non era ancora nato.
Poi il tuffo nel passato: “Ma come fanno i marinai” li fa divertire ancora. Ma non è una stanca ripetizione del copione di trentuno anni prima. Niente reducismo o nostalgie, ma solo la sensazione di entrare in una sala prove, dove due vecchi amici stanno divertendosi a suonare di nuovo insieme. Magari ripescando chicche misconosciute, come “I matti”, la dolente scheggia dell’album “Terra di nessuno”, oppure una versione di “L’agnello di Dio” arricchita dalle incursioni di Dalla al sax. O ancora una vibrante “I muscoli del capitano”, con gli accordi del canto popolare “Il tragico naufragio della nave Sirio” che si fondono col coro di “Que sera, sera”, a testimoniare un’intesa e una voglia di scherzare ritrovate tra i due.
Dalla rispolvera “Piazza Grande”, “Anna e Marco”, “Tutta la vita”, “Canzone”. De Gregori si cala negli abissi di “Come è profondo il mare”, rivelandosi interprete sempre più maturo, poi recupera suoi classici come “Viva l’Italia”, “I muscoli del capitano” e “Buonanotte fiorellino”, quest’ultima nella nuova (e discutibile) versione shuffle. Non può mancare anche l’unico pezzo che tutti erano sicuri sarebbe stato suonato, “Santa Lucia”, che Dalla introduce confessando nuovamente l’invidia per non averlo scritto lui.
A chiudere la serata del Vox, i due bis: l’inedito “Non basta saper cantare” e una classicissima “4 marzo 1943”. E c’è soprattutto l’annuncio che tutti aspettavano: una nuova serie di concerti, nei teatri, su e giù per l’Italia con il “Duemiladieci Work in Progress Tour”. “Io De Gregori non lo sopporto – scherza Dalla – ma non mi dispiace suonare con lui. Tra l’altro non l’ho mai sentito cantare bene come adesso. Quindi, anche se non lo sopporto, è probabile che faremo altre cose”.
I due si muovono ognuno nelle canzoni dell’altro, con la massima naturalezza. E giocano spesso, anche nello scambiarsi i ruoli sul palco e nell’interpretare con leggerezza e ironia persino evergreen come “Just A Gigolo”, trasformata in uno spassoso duetto. Sembrano anche più disposti a parlare di sé, a confessare qualche aneddoto gustoso, a concedersi al pubblico. Il “Work in Progress Tour”, nato quasi per caso, sembra invece non voler finire mai: dopo una serie notevole di sold out, i due si imbarcano in una lunga sequenza di date estive e autunnali. La sera insieme a suonare, poi ognuno a casa sua, a conferma di due personalità diversissime e, proprio per questo, complementari. “Non è una celebrazione, ma una dimostrazione di giovinezza”, spiega De Gregori. “Il nostro è un gioco delle parti in cui ci divertiamo in modo assoluto, forse di più di chi ci ascolta” aggiunge Dalla. “Dal tour ‘Banana Republic’ del ‘79 siamo entrambi migliorati, maturati, eppure è rimasta la stessa la curiosità del diverso modo di vedere le cose”. Alla domanda su cosa è cambiato rispetto a quei tempi, Dalla replica con un pizzico di nostalgia. “Nel ‘79 la situazione era turbolenta, ma c’era vitalità. La nostra scelta fu audace, abbiamo aperto gli stadi al grande pubblico. Oggi rimpiango la curiosità che c’era allora, vedo un po’ tutti uguali… ma soltanto quella, per me il passato è una nebulosa. Cantare le canzoni l’uno dell’altro credo sia un gioco che piaccia anche a chi ci ascolta: è come entrare nell’anima e nella testa dell’altro e poi sapere che insieme entriamo nel cuore della gente. Anche i pezzi che hanno avuto meno successo di vendita, eseguiti insieme, diventano per noi canzoni straordinarie”. “Io di Dalla – confessa De Gregori – ammiro l’innata e infinita capacità musicale”. E Dalla: “Io gli invidio la purezza della visione musicale, una capacità di sintesi rarissima anche nei grandi autori classici”.
I due compari decidono di proseguire la loro avventura sul palco fino a tutta la primavera del 2011. E chiudono il 2010 con un doppio cd live intitolato proprio “Work In Progress”, più un Dvd, “Back To Back”, con un’ora circa di backstage e interviste.
Il disco suggella la ritrovata sintonia dei due sul palco, dove ognuno canta le canzoni dell’altro, salvo “Caruso” e “La donna cannone”, troppo personali per prestarsi allo “scambio”. Poi, i duetti, spesso i momenti più godibili, su tutti una struggente “Santa Lucia”, una trascinante “Nuvolari” e un divertito “Disperato erotico stomp”. Ventinove brani dal vivo e due inediti: l’invito al viaggio di “Gran Turismo” e “Non basta saper cantare”, una bella ballata pianistica old-style, più la versione in studio di “Generale” e la cover di “Just A Gigolò (Solo un gigolò)”. Tanti classici, pescati nel miglior repertorio di entrambi. Non un’operazione-nostalgia e neanche un prodotto meramente promozionale, in ogni caso, come dimostra la mancanza proprio dei brani tratti dai loro album più recenti. Solo la testimonianza sincera e divertita di due giganti della canzone d’autore disposti a rimettersi in gioco dopo quarant’anni di onorata carriera.
Poi, la scomparsa improvvisa di Lucio Dalla (1° marzo 2012) farà calare per sempre il sipario su uno dei sodalizi più fortunati della musica d’autore italiana. Un incontro decisivo. Per loro, e per noi tutti.
(Estratti da “Fra le pagine chiare e le pagine scure”, Arcana, 2011)
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