Provenienti dalla selvaggia Philadelphia, I My Wife’s An Angel sono riusciti a ritagliarsi uno spazio considerevole nel panorama hardcore underground, riflettendo in musica le amarezze della quotidianità urbana, un costante senso di insoddisfazione personale e un grido disperato che squarcia i decibel, abbattendo ogni parete sonora e riducendola in poltiglia.
Il gruppo, formato da Garrett “G” VanDeMark (voce), Daniel “Boone” Baggarly (chitarra), Caleb “Fancy” Gohen (basso) e Michael “Jagwah” Hensley (batteria), prende in prestito gli scenari distopici dei Prostitute, l’opprimente paranoia dei Daughters e l’approccio sgraziato al punk dei Sonic Youth, rendendo ulteriormente omaggio alle nevrosi scapitanti tipiche del movimento no wave newyorkese.
Già con il primo Ep autoprodotto “Don’t Fall Asleep” (2023) il quartetto aveva dimostrato un avvicinamento a solchi sperimentali e volutamente sgradevoli all’orecchio dell’ascoltatore medio: con il passaggio all’etichetta indipendente Knife Hits (Fight Amputations, Rid of Me, Demons) viene fuori quello spirito ruvido e carico di tensione che trova una propria dimensione nel debutto artistico “Yeah I Bet” (2025), nel quale emergono arrangiamenti sostanziosi e sporchi, non così lontani dal gigantismo sonoro dei Butthole Surfers e in generale dal post-punk grezzo in pieno stile Flipper, Killdozer e Cows. Dal titolo pericolosamente inappropriato, “Keep Honking I’m About to Fucking Kill Myself” (Knife Hits, 2026) – tradotto “continua a suonare, sto per uccidermi, cazzo” – prosegue con il processo di interiorizzazione del caos al quale il gruppo ci ha abituato sin dalle prime produzioni, spostando l’attenzione verso un tratto spoken decisamente inusuale.
L’introduzione post-hardcore “Goz Chile” prevede sin da subito la prevalenza degli strumenti sulla composizione, rendendo palesi i tratti infernali e il canto urlato di G, in preda a disturbi dissociativi della personalità.
L’art punk deperito e mentalmente instabile di “Lil’ Bug” dà voce a un vortice di pensieri negativi, nonché un flusso di coscienza senza fine che si scaglia barbaramente a destra e a manca; degni di nota i creativi passaggi di chitarra. “Bowser” si destreggia con le sue mirabili dissonanze in contrapposizione con i momenti spoken del frontman, avvolto in un inceneritore ghiotto di chitarre sataniche e – contemporaneamente – in un vuoto esistenziale particolarmente patito.
Il noise rock edonista e a tratti blasfemo di “Karaoke” si apre a una serie di volgarità gratuite, amalgamate da uno humour nero sprezzante, ma divertito nella sua irresistibile cattiveria. Tra i brani più melodici del concept, “Marvin: (267)-348-5**6”, il cui tema principale è legato all’abuso di sostanze, si caratterizza per un sorprendente crescendo con chiusura in stile outlaw country che rende al meglio lo spaesamento del pezzo.
Successivo all’uragano di orgasmi sonori “Image a River”, il rock sperimentale di “Pause!” si avvolge di malinconia e lascia alla chiassosa batteria di Jagwah il compito di decantare un risentito inno all’oppressione sociale. “Help The Homeless” ricama i tessuti di una versione scoordinata e in totale collasso mentale dei Girl Band – sembra quasi di rivedere la sequenza degli specchi disintegrati presente nel film “Parnassus” di Terry Gilliam.
Il pugno allo stomaco arriva con la traccia “Doom Scroll”, nella quale appaiono alla nostra mente la dipendenza dai social e l’insicurezza individuale, temi che vedono nel fenomeno del doomscrolling un modo per evadere dalla realtà, osservando passivamente un mondo di maschere pirandelliane, pieno zeppo di falsità.
La chiusura shitgaze “American Dream” si addentra nel lato più politico della band, dedita ad una massacrante satira sugli usi e costumi del popolo americano: dal cibo spazzatura al servilismo per le forze armate, passando per le perversioni più eclatanti alle abitudini stantie (fanatismo, football, auto, alcool, gioco d’azzardo).
Di sicuro i My Wife’s An Angel non le mandano a dire soltanto ai bersagli mediatici già citati: il loro è un atto di autocolpevolezza nei confronti di un mondo devastato dal capitalismo, le multinazionali e le promesse non mantenute. Siamo tutti colpevoli, e i nostri lo ribadiscono track–by–track.
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27/10/2026