È ormai una tradizione per Sam Sparks, aka Gumshoes, pubblicare un album agli inizi di gennaio. Negli ultimi tre anni questa circostanza si è ripetuta puntualmente e Sparks, con la sua disordinata eccentricità, si è inserito come un nuovo volto nel mondo del chamber-pop e dintorni. I due precedenti lavori ricalcavano un indie-pop da camera allegro e orecchiabile, che si serviva di melodie brillanti e spensierate per portare, quasi costringere l’ascoltatore a gioire e sorridere della vita, della festa che pareva essere diventata. Un pop stravagante e solare che univa le melodie anni 60 al jangle-pop dei Cats On the Fire rimbalzando tra i Bright Eyes e i Fleet Foxes.
Fedele alla sua ricorrenza, la prima settimana del 2026, Gumshoes esce con il nuovo album: “Happy New Year”, che già dal titolo celebra e festeggia allegramente la venuta di una nuova stagione.
La schitarrata iniziale del primo brano cita, forse involontariamente, i Cage The Elephant di “Cigarette Daydreams”, ma si apre subito a un ritmo più brioso sovrastato dalla teatralità scenica e vocale di Sparks, che ricalca nuovamente i suoi lavori precedenti per melodia e struttura oltre all’ormai inconfondibile pop da camera.
Se da un lato questo lavoro rimane fedele agli album passati, per influenze, sonorità e struttura dei brani, dall’altra parte troviamo una volontà di spinta verso un qualcosa di nuovo, perché se è vero che l’identità sonora di Sparks è inconfondibile e indubbiamente riconoscibile dai primi secondi dell’ascolto, è anche necessario ammettere come i brani abbiano peccato in passato, e pecchino talvolta ancora, di una certa ripetitività, abilmente mascherata dalla natura allegra e spensierata degli stessi. In “Happy New Year” Gumshoes tenta di rivolgersi ad altri generi e a influenze differenti.
“Spinter”, ad esempio: inizia dolcemente, con una strofa che sa di campagna, di folk e una ritmica in stile bossa-nova che porta a un ritornello che esplora i territori della psichedelia in modo molto delicato, sfiorandola solo leggermente; una voce di sottofondo inebria il tutto e carica il brano di spensieratezza e di magia.
La prima metà di “Ocean/Island” ci trasporta invece, tematicamente e ritmicamente, in tranquille terre sudamericane per poi crescere in una seconda parte efficace, ripetitiva e con una sbiadita nota malinconica.
Ciò che ha sempre contraddistinto i brani di Gumshoes in passato erano le musiche vivaci e leggere, affiancate da testi più riflessivi e cupi. Oltre alla lieve, quasi impercettibile virata in termini stilistici, questo lavoro, pur vantando tra le sue caratteristiche un ottimismo brillante, tangibile, musicalmente parlando, è più inquieto dei predecessori. “City Lights” ne è un esempio: il tempo significativamente più lento dei soliti Gumshoes e l’atmosfera da piano-rock accompagnano una melodia nostalgica, quasi sconsolata, che si rivolge a un finale invece più confuso, strumentale, ma in fin dei conti sacrificabile.
La maggior parte dei brani è comunque in linea con la sua discografia passata; pur essendo molte delle melodie qui presenti un po’ meno accattivanti del solito, viene comunque ribadito il chamber pop allegro e spensierato che sorrideva alla vita negli scorsi “Cacophony” e “Bugs Forever”, con qualche riempitivo in più e con una nota leggermente amara che chissà se nei prossimi lavori diventerà più ingombrante nello spartito.
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07/02/2026