Shaking Hand - Shaking Hand

2026 (Melodic)
indie-rock, math-rock, post-rock

La storia di Manchester è da sempre molto particolare: ogni volta che sembra aver esaurito le proprie parole, ne trova altre per rimettere energia in circolo. La musica nata tra quei confini è un perfetto riflesso delle evoluzioni culturali e anche urbanistiche di quel paesaggio: stratificazioni, deviazioni, nuove geometrie sopra vecchie macerie. Nel Regno Unito di oggi la scossa arriva quando luoghi come questi tornano a sporcarsi le mani con l’invenzione.
Gli Shaking Hand fanno il loro ingresso proprio tra queste immagini, con un esordio omonimo che sa di presente in lavorazione. Bastano poche battute per farsi catturare dalla loro proposta: un basso che aggancia, linee di chitarra in chiaroscuro, una luce fredda ma rassicurante che si posa sulle superfici.

Il trio (George Hunter a voce/chitarra, Freddie Hunter alla batteria, Ellis Hodgkiss al basso) incrocia alt-rock anni 90, post-rock e math e lo fa piazzando articolate architetture chitarristiche al centro della scena, corroborandola di intrecci e attrito. Le coordinate sono riconoscibili (Slint/Pavement come nervi, Yo La Tengo/Women/Ulrika Spacek come geometria, la tensione contemporanea dei BCNR, l’ombra degli American Football, le oblique visioni dei californiani Sholi), ma il disco non suona affatto come un riassunto, orientando queste indubbie relazioni in un linguaggio decisamente personale, levigando il tutto con un rigore seventies asciutto, muscolare, e guidando le infinite sfasature su afflati hard-progressive.
La produzione di David Pye ai Nave Studios di Leeds (chiesa riconvertita) accentua la fisicità dell'opera, elargendo quell’ampiezza che va a sposarsi alla perfezione con il complesso impatto di sottofondo. Il movimento ritmico è credibile e soprattutto replicabile; la sessione live al Low Four Studio di Manchester, facilmente reperibile online, lo conferma in presa diretta.
La vocalità del frontman resta intima e immersa nel mix: linee morbide e armonizzazioni che tengono insieme gli strumenti; testi come appunti e il senso dei pensieri esposti non costruito per essere immediatamente assimilato.

Già dal singolo “Over The Coals” (giugno 2025), rimasto fuori dalla tracklist, si intuiva chiaramente la direzione intrapresa dal trio mancuniano: stratificazioni e slittamenti compiuti su un immaginario post-industriale legato al Brunswick Mill, ex-cotonificio ottocentesco oggi in conversione residenziale, e quello slogan (“…Life’s Not Linear…”) come dichiarazione di metodo.
L’album si compone di sette brani, per una durata complessiva di circa 42 minuti, una media pro capite piuttosto estesa, che la dice lunga sul messaggio trasmesso dai nostri.
“Sundance” apre i battenti con chiarezza melodica e meccanismi mutevoli; “Night Owl” è lo scatto compatto, quasi una pop song nervosa; “In For A… Pound!” emana una verve più spigolosa, con basso-corrimano e batteria che spezza e ricuce di continuo il contorno.
Il disco procede per metamorfosi: riff collocati in rotazione, svuotati e ricomposti, pesi che mutano sulle fondamenta che solo poco prima lo avevano sorretto. “Mantras” è il nucleo: quasi sette minuti immersi in un vortice che si dipana con variazioni lievi, nel creare una tensione che prima sale e poi evapora all’improvviso, lasciando addosso quella strana sensazione di quieto subbuglio.

Nella seconda metà dell’album i brani prevedono un’evidente dilatazione.
“Up The Ante(lope)” si conficca come ulteriore perno incontrastato: una crescita graduale costruita su un ritmo serrato, geometrie mobili, tempi dispari, stop e ripartenze che tengono insieme complessità e presa, con un sardonico ottimismo praticato a denti stretti. “Italics” sospende e sfoltisce l’ambito, con il suo taglio angolare e monocromo e “Cable Ties” lo chiude, proprio come un brano da fine concerto: esteso, cangiante, composto su onde e rilanci.
Anche l’artwork di copertina esprime la stessa idea artistica: progetti urbanistici anni 70 mai realizzati per Los Angeles dall’architetto Roy Kappe, un mondo pensato e alla fine rimasto solo un’ipotesi.

L’esordio omonimo degli Shaking Hand gioca a carte scoperte: forse più referenziale che rivoluzionario, ma già capace di fondere influenze in una visione del tutto personale, edificata su dinamiche e micro-variazioni, tempi lunghi gestiti con estrema sicurezza congiuntamente a una produzione ruvida e credibile e a una vocalità che preferisce l’immersione all’enfasi.
La sensazione netta è che questo sia solo l’inizio (succulento) e che il prossimo passo di quest’interessante e giovanissimo prospetto emerso dalla terra d’Albione possa regalare ulteriori sorprese.

Tracklist

  1. Sundance 
  2. Mantras 
  3. In For A... Pound!
  4. Night Owl 
  5. Up The Ante(lope) 
  6. Italics 
  7. Cable Ties




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