Conosciamo Turquoisedeath per i suoi ibridi, dove la nostalgia vaporwave s’insinua in un amen break di matrice cyberpunk. L’artista, entità anonima che vive di solo internet, trasforma il codice in flusso di coscienza: un pensiero sintetico che genera beat destrutturati, trance epica ed ecosistemi space ambient. Se il precedente “Kaleidoscope” lo mostrava come eclettico sound designer del nuovo futurismo, qui le fondamenta si allargano a più elementi, vulnerabili all’errore della macchina.
L’opera spinge sull’accumulo.
I temi mutano senza tregua, costruendo un labirinto massimalista di loop e break che inseguono la trascendenza. Alla volontà di offrire il furore della connessione iperveloce si contrappone una contraddizione: la mole di informazioni è tale da rendere l’ascolto presto assuefatto.
È nei momenti ariosi che l’equilibrio affiora: “Guardian Surface” appare come un’immersione in acque progressive house, e “Voyager” regala sei minuti di onirismi sospesi su emozioni uplifting, quel linguaggio glorificato da Tiësto e Armin van Buuren, riscritto per un abecedario domestico, quasi un post-emo per epoche dreampunk.
A scandire il ritmo, la frenesia dell’urbano compressa in fraseggi a 170 bpm e continue mutazioni: il kick si ricodifica, il basso muta stato, le trasformazioni sono innumerevoli. Accordi, arpeggi, frammenti vocali e drum pattern si susseguono con rapidità tale da risultare stordenti. L’ambizione non manca, come in “Close Your Eyes”, vera e proopria suite che esplora downtempo, sezioni dilatate e isterie jungle, ma la promessa si disperde in una successione che non trova coesione.
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31/10/2025