La nebulosa figura che risponde al nome di Turquoisedeath (in teoria di stanza a Londra) fa drum & bass, come succede nel caso analogo di
Sewerslvt. Ma, proprio alla stregua del caso menzionato poc'anzi, si tratta di un'etichetta di comodo, buttata lì per farla facile. In realtà si tratta di musica dall'
ubiquitous computing. Quel futuro teorizzato dallo scrittore cyber-punk William Gibson in cui discernere il reale dal digitale sarebbe stato impossibile, in cui nessuno riusciva a credere e che invece eccolo qua.
È musica che nasce e permane nell'Internet, quella di Turquoisedeath. Che alla stregua di un'anomalia della matrice può abbeverarsi da qualsiasi sorgente digitale e suggere i codici dei generi più disparati. Utilizzarli e piegarli alle sue necessità espressive. La sua identità ci è pressappoco sconosciuta, ma è tale perché sfugge alle necessità del mondo reale. Non è poi un caso che il
producer, oltre ai compari della Breakers Gang, condivida composizioni con il sud-coreano
Parannoul, uno che invece fa
shoegaze. La fluidità dei soggetti in questione non conosce barriere di genere come geografiche.
E quindi dicevamo drum & bass, ma immersa in un liquido amniotico
vaporwave (
2814 su tutti), aperta a forme elettroniche d'inizio millennio (i
Royksopp tanto per fare un nome), ma anche allo shoegaze e al
post-rock più atmosferico e scontornato. Il
producer non poteva trovare un titolo migliore di "Kaleidoscope" per ampliare il mondo a tinte fluo, già complesso e sgargiante, presentatoci un anno fa con l'apprezzatissimo "Se bueno".
Se la traccia numero 2, "Limbo", tra
breakbeat imprendibili e una stratificazione di sintetizzatori che spuntano come funghi nutrendo una flora acida e in continua mutazione, rappresenta forse il vertice compositivo dell'album, il resto di "Kaleidoscope" abbaglia e stupefà per la sua potenza narrativa e per la maniera in cui architetta un intero mondo sonoro.
Dalla bolla drum & bass delle varie "Glimmer" e "Mirage" si passa quindi ai saliscendi digitali di "Hold Thight", per poi piombarsi in una corsa in cassa dritta, nei sotterranei inondati di luce artificiale di "Subterrane". "Leviathan Sanctuary", invece, quasi fa il pari a "Limbo" in termini di difficoltà degli incastri e delle evoluzioni, sacrificando però qualche equazione irrisolvibile a favore di una foga rocambolesca e stordente.
Prima della conclusione decostruita e imprevedibile affidata a "Underneath”, ci si imbatte in "So Far Away", una gemma impreziosita da ispirazioni
gaze e post-rock, non soltanto a causa dell'insistente, limpido giro di chitarra, ma anche grazie all'utilizzo di coretti elfici
à-la Sigur Ros.
L'ulteriore prodigio di "Kaleidoscope" è rappresentato dal fatto che alla sua natura complicata, arzigogolata addirittura, corrisponda un'immediatezza capace di folgorare al primo ascolto. Si schiaccia
play come si accetta la pillola rossa. Si deglutisce e non se ne esce più.