Jacob Alon - In Limerence

2025 (Island)
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Prendete carta e penna, non annotate il nome di Jacob Alon nel calderone delle tante notizie digitali affidate a un server cloud, perché “In Limerence” è un album che offre un rifugio alla frenesia dell’urbanizzazione e della globalizzazione, una dolente e devastante raccolta di canzoni che tenta di mettere in ordine quello che non può essere messo in ordine, un’eco lontana di armonie folk-pop tanto fragili e inquiete che spesso costringono a emettere grida di rabbia o amore.

L’esordio del giovane autore scozzese è un insieme di confessioni intime e passionali non facili da esternare senza sentire il peso dell’indifferenza. Sono storie di peccaminosi amori queer cantati con lo stesso ardore e la stessa trepidazione di Jeff Buckley (“Confession”), melodie che si svestono della prevedibilità con candore e voglia di liberarsi dalle paure (“Don’t Fall Asleep”) e che vibrano come un urlo solitario adagiato su esigui accordi di chitarra (“Fairy In A Bottle”).
Prodotto da Dan Carey (già dietro le quinte per Wet Leg, Fontaines Dc, Hot Chip), “In Limerence” è un disco che punta direttamente al cuore. La voce angelica e dolente (“Of Amber”), le melodie affidate a un fingerpicking virtuoso (la splendida “Glimmer”), un’intensità sonora che evoca la bellezza melodrammatica di Rufus Wainwright (“I Couldn’t Feel Her”) sono tutti elementi che Alon calibra con una maturità sorprendente.

Omosessualità, depressione, popper, farmaci antidepressivi, cocaina: Jacob Alon non nasconde i retroscena più crudi e amorali di una vita vissuta ai confini. Una lotta estenuante e complessa con le proprie passioni che il musicista affronta con un guizzo indie-folk nell’inquieta “Liquid Gold 25” (titolo che prende il nome dal nitrato d’amile). Una sofferenza fisica e mentale che trova espressione nella straziata “August Moon” e nella laica preghiera di “Sertraline”.
Anche questa volta la critica si è sperticata in paragoni più o meno centrati: quello con Nick Drake resta forse l’unico poco credibile, perché brani come l’affascinante ”Elijah” e “Zathura” sono più affini alle struggenti ballate di Tim Hardin. Ma al di là delle tante citazioni (peraltro ben accette dallo stesso Jacob) si tratta di un album d’esordio tra i più promettenti e maturi dell’anno in corso.







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