Una dimora stretta da cui evacuare per lasciar fluire nuovamente i propri sogni: è la sensazione diffusa che pervade “From Newman Street”, terza uscita della statunitense (dalle origini italiane abbastanza evidenti) Kassi Valazza.
Dunque liberarsi di uno spazio ingombrante e fuggire via, verso una nuova città, pare essere il leit-motiv di un album ispirato, non tanto per lo stile adottato, di cui si conoscono ormai anche i substrati più sommersi, ma per le melodie e la qualità - si perdoni quest’ultima parola da giovane venditore di una start-up a caso - di canzoni sospese dentro un habitat preciso, che è quello delle varie Alela Diane, Mia Doi Todd e si potrebbe continuare per mesi. E ovviamente anche delle madrine Mitchell, Nyro e Guryan. Perché tra le pieghe di “From Newman Street”, ma sarebbe più corretto dire tra una spiga di grano e l’altra visto l’immaginario da casa nella prateria che emerge dagli scatti di Kassi per il lancio dell’album, c'è un desiderio di rinascita da alimentare strofa per strofa, guardandosi però all’indietro.
Cresciuta tra Prescott e Phoenix, in Arizona, e residente a Portland per oltre dieci anni, negli ultimi tempi Kassi ha pubblicato due dischi di spessore: "Dear Dead Days" e "Kassi Valazza Knows Nothing". E lo ha fatto mentre si trovava nel Pacifico nord-occidentale.
“From Newman Street" punta però a scrollarsi di dosso l'ultimo periodo vissuto dalla musicista, avvalendosi della malinconia insita nell’ex-appartamento di Portland, (de)cantato per bene nell’introduttiva ”Better Highways” e spalmato tra un nuovo sogno e l’altro come burro d’arachidi a colazione.
Sulla nuova residenza Kassi parla del resto a cuore aperto: "Non era nei piani. Ho trascorso a New Orleans tre mesi tra un tour e l'altro, ed è successo e basta. Ho sempre creduto che la musica sia buona solo se è davvero cruda, davvero onesta, probabilmente se nasce da un dolore. Ma in questi giorni sto cercando di abbracciare il caos e di portare un po' più di luce nella mia vita".
A illuminare il “nuovo” cammino di Kassi ci sono Erik Clampitt (pedal steel), Tobias Berblinger (organo, Rhodes, Space Echo, Mellotron, basso), Sydney Nash (vibrafono, basso, chitarra acustica, organo), Ned Folkerth (batteria, percussioni), Lewi Longmire (chitarra elettrica, violino, chitarra acustica a 12 corde, basso), Camille Weatherford e Casey Jane Reece-Keigler (cori). Una nutrita cerchia di musicisti per viaggiare tra i pascoli di un folclorismo composto, a tratti angelico, e mai psichedelico come potrebbero esserlo certe scorribande sciorinate dalla stessa Valazza in passato.
Canzoni come “Roll On”, posta al centro del piatto, legano poi il folk inglese dei Fairport Convention e il country di Janie Fricke. Sulla sua stesura Kassi afferma: "A volte ci vogliono quattro o cinque tentativi per capire che qualcosa non funziona. Ho scritto questo brano dopo il mio tredicesimo tentativo".
Il trasferimento a New Orleans affiora appieno a mezza via, come meta sognata e finalmente raggiunta. "Your Heart's a Tin Box" inscena infatti l’approdo emotivo in Louisiana, condensato all’unisono dai cori e dalle percussioni che infondono coraggio e sollevano i dubbi di Kassi dal suolo, persa com’è tra incassi mai ricevuti dopo i concerti e la voglia di andare avanti nonostante tutto.
Nel suo modo di cantare i riferimenti comunque si sprecano. E a naso verrebbe da citare subito Laura Marling, oppure Claudia Schmidt, cantautrice del Michigan incredibilmente perduta e attiva tra i 70 e gli 80. Ma è soltanto una delle tante impressioni restituite da un disco che in fondo non aggiunge nulla a una scena iper-satura, come ribadito poc'anzi, e che tuttavia ha il dono di planare con grazia attraverso ballate da ascoltare a ripetizione come “Small Things”.
Perlopiù sono assenti riempitivi di circostanza, dato che non ci sono cali nelle dieci canzoni di “From Newman Street”. E già solo questa sarebbe sulla carta una magnifica notizia. Insomma, benvenuta (a New Orleans), Kassi.