Nella gelida Russia degli anni Dieci, Pavel Milyakov muove i primi passi nei club moscoviti con lo pseudonimo Buttechno: pochi elementi ritmici, panorami brumosi, un’elettronica essenziale che compie danze solitarie tra le mura dell’appartamento. Le sue frequenti incursioni in qualsiasi ecosistema, dal post-industrial all’ambient, ne rivelano la vera natura: più che il genere, è l’idea di suono grezzo e irrisolto a guidare la sua ricerca, la grammatica attraverso cui esprime la propria malinconia.
Il giorno di Capodanno 2025 vede la luce “Heal”, in collaborazione con il pittore inglese Lucas Dupuy. È l’incontro di due anime riservate, due sguardi intimi ma senza difese nel rivelare la propria essenza attraverso una tessitura eterea: meditazioni subacquee, percussioni granulose (“Room”), o l’evocazione di un pomeriggio cristallino al fiume, tra cinguettii e scorrere d’acqua registrati in Giappone, e il risveglio di accordi evanescenti (“Path”). Le sei tracce, assemblate in parte con software personalizzato, si estendono per cinquantun minuti. È come se Buttechno avesse fatto pace con le proprie ombre, forse anche in virtù del nuovo sodalizio artistico.
L’album si offre come rifugio a chi, provato dall’orrore quotidiano, cerca un varco. Non nella danza totemica su ritmi ossessivi e claustrofobici, ma nell’accesso a una quotidianità permeata di dolcezza e quiete (“End”). Una vibrazione costante, anche quando si traduce in vuoti rintocchi percussivi che ricordano Steve Roach (“Deep Gtr”): bagliori new age spogliati della retorica hippy e riplasmati nell’ambient dub più recente (“Air X”), come se Takashi Kokubo incontrasse Andrew Chalk (“Flutes Of Doom”). Nel linguaggio ovattato dei due, qualcosa di sincero affiora e rimane.
20/05/2025