It blooms out of the fog
Old Ferris wheels and antique songs
High-wires above the sky-pit
Bright souls of acrobats afloat
Playful lights
Just dressed up violence
The great parade
I see it now as cold
Two dancers fly
Across the night
And drift away
As fading taillights
Back into the fog
In un mondo ideale, alcune canzoni, come "King Of The Lobby", sarebbero degli instant-classic; brani che marcano a fuoco il confine in cui è posto l'universo mondo del musicista californiano, le cui luci a questo giro puntano a unire Angelo Badalamenti e Jeff Buckley.
"Ink & Oil" è un album completo, sfavillante per il suo essere organicamente sontuoso e mai domo. Anche nei momenti in cui pare insinuarsi una certa fiacca, subentra subito il coup de théâtre che sistema le cose ("Words In The Rind"). Accade grazie anche alla presenza in studio di un arrangiatore come Travis Warner, che coordina Daniel Rhine (basso), Jay Rudolph (percussioni), Cassidy Turbin (flauto), Alex Fischel (piano), Joel Schnaper (tromba) e i violini, le viole e i violoncelli dell'ottetto Sfc.
Non mancano inoltre gli attimi di mera tensione, con l'orchestrina che si "dimena" inseguendo il piano insolitamente agitato ("Coal"). Tra una sinfonia e l'altra, spunta anche la ballata asciutta che non t'aspetti, per l'occasione con Yorke nuovamente nel mirino ("Divine Distraction").
Insomma, c'è davvero tanto nella seconda opera di Storefront Church. Certo, si potrebbe provare a intavolare una vaga critica sull'eccesso di pomposità che in alcuni tratti rischierebbe di appesantire gli animi. Ma sarebbe come chiedere a Noah Lyles di fermarsi al centro della pista. Senza contare che è dura oggi trovare dischi con chiose fastose come "Tapping On The Glass".
"Ink & Oil" è senz'altro da annoverare tra i cosiddetti album da top ten di fine anno, o giù di lì.