Lo avevamo scritto in occasione di "
No Home Record", a distanza di oltre quattro anni si può ribadire con ancor più convinzione: fra tutti gli ex
Sonic Youth,
Kim Gordon è colei che ha deciso di intraprendere il percorso meno accessibile, quello più sperimentale e con maggiori elementi di discontinuità rispetto all'esperienza maturata con la band madre. Si pensi anche alle intransigenti operazioni diffuse a nome
Body/Head, progetto avant-noise condiviso con il chitarrista Bill Nace, ben più ostico rispetto a qualsiasi lavoro pubblicato finora da
Thurston Moore,
Lee Ranaldo o delle tante collaborazioni accumulate da
Steve Shelley. "No Home Record" era il risultato di brani scritti in periodi diversi, accomunati giusto dal fatto di essere stati concepiti fuori casa, fra un hotel e una coda in macchina per le trafficate strade di Los Angeles, elemento che conferiva all'insieme una certa eterogeneità. "The Collective" presenta invece grande coesione sonora, caratteristica che nell'economia degli oltre quaranta minuti di durata rischia però di divenire il (solo) punto debole dell'album, per via della ripetitività di alcune soluzioni adottate.
Kim Gordon non può avere più la forza di proporre nuove estetiche musicali, come ben fecero i Sonic Youth negli
anni Ottanta, ma oggi eccelle nella capacità di assorbire interferenze esterne, inglobando la contemporaneità nel proprio mondo, creando una sintesi personale scolpita come un'opera d'arte, col rinnovato contributo del
producer Justin Raisen, che introduce prepotenti scorie
electro-oriented nel
songwriting elaborato dall'icona americana. Prendiamo l'iniziale "BYE BYE": è costruita su ritmiche disturbate, tutt'altro che rassicuranti, mentre la protagonista snocciola un elenco di oggetti sistemati in valigia per la prossima fuga. Lo svolgimento di "The Collective" segue grosso modo questa linea: le chitarre ci sono, ma non sono più protagoniste, trasfigurate, inglobate in suoni elettronici che attingono tanto dai
Nine Inch Nails quanto dai
Massive Attack, tanto dagli
Swans quanto dalla trap.
In "The Candy House", uno dei momenti più riusciti, l'andatura è spezzettata, si interrompe di continuo, e riparte, con Kim e Raisen intenti a imbastire la colonna sonora di un club inquieto e piuttosto dark, raggiungendo l'apice nel finale di "Psychedelic Orgasm", che arriva a lambire persino il
big beat.
In questa narrazione metropolitana densa di tensione, il contesto di "I Don't Miss My Mind" diviene ancor più industrial, modellato come fosse delineato dai macchinari di una vecchia fabbrica, scenario replicato nella successiva "I'm A Man", sorretta giusto da
beat più spinti che sostengono uno
spoken word condotto in modalità avant-rap. Straordinario il lavoro compiuto sulle chitarre per "It's Dark Inside", chitarre scheggiate, fratturate, decomposte e riconvertite in miscele inaudite. Kim utilizza l'
auto-tune su "Trophies", pianifica tempeste noise in "The Believers", mentre "Shelf Warmer" suona come se il
trip-hop fosse stato inventato a New York.
Il declamato della Gordon è alienato, impassibile, insensibile, svogliato; monologhi che rappresentano più flussi di coscienza che diari personali, una
performance artistica concettuale, un astrattismo poetico che rifugge qualsiasi ipotesi di melodia, un approccio urban post-modernista distorto e dissonante lanciato a tutta velocità verso la totale disintegrazione, sfocato come l'immagine scelta per la copertina, che richiama il
concept di un suo quadro esposto lo scorso anno in una delle gallerie d'arte della Grande Mela e intitolato, per l'appunto, The Collective.