Cosa resta di tutte le avanguardie elettroniche inglesi del secondo millennio? In terra oggi troviamo detriti sparpagliati, scenari in frantumi, brandelli abbandonati dopo che pandemia, crisi economica e sopraggiunte difficoltà relazionali hanno mandato in default almeno un quarto dei principali punti d’incontro nei quali quei suoni potevano funzionare. La club music può essere carina in cameretta, oppure in macchina mentre vi recate in fabbrica o in ufficio, ma per esprimere le proprie potenzialità al massimo ha bisogno di spazi che oggi riesce a trovare con sempre minore frequenza. Come conseguenza i ritmi rallentano, si dilatano, le ambientazioni si fanno più rarefatte, introspettive, tendono come a decomporsi, i producer mutano registro e ritrovano solo a tratti lo slancio elettrizzante che rese “madchester” il centro del mondo ai tempi dei rave party. Nei luoghi di grande aggregazione può funzionare ancora, ma di fatto non si balla (quasi) più.
Il duo mancuniano electro-ambient Space Afrika e il rapper di Preston Rainy Miller provano a cristallizzare il punto della situazione, cercando di dare un’organicità a quel che resta del post-clubbing. Dopo essersi annusati ripetutamente negli ultimi mesi e aver riscontrato uniformità d’intenti e di vedute, escono con un disco a sei mani, esemplificativo dello stato dell’arte nella zona del nord-ovest britannico. Un lavoro denso di ospiti e di stili, nel quale gli autori si riagganciano tanto alle sperimentazioni avanguardistiche electro-r&b di James Blake (nell’apocalittica “The Graves At Charleroi”, arricchita dal superbo featuring di Coby Sey, e nel prepotente crescendo introspettivo da cielo uggioso di “Let It Die”) quanto alle spezzettature che resero un trademark il dubstep di Burial (vaghi aromi se ne percepiscono nell’iniziale “Summon The Spirit/Demon”, con ospiti Voice Actor, duo che si muove nell’ambito delle collage music, il così detto “cut’n’paste”).
Queste le due matrici prevalenti in “A Grisaille Wedding”, pubblicato dalla label di Miller, ma i tre titolari del progetto includono nel loro meltin’ pop anche interferenze trip-hop (“Maybe It’s Time To Lay Down The Arms”, con l’intervento di Mica Levi, fresca di nomination ai Golden Globe grazie al lavoro svolto per la colonna sonora del film “La zona d’interesse”) e grime (specie nella sezione “00-Down/Murmmansk,12” / “Sweet”, nella quale svettano imperiosi i flow di RenzNiro e Iceboy Violet). Più che i beat (in “HDIF” si apre una parentesi elegante da club fighetto, con sottofondo di gabbiani e il featuring di bobbieorkid), a prevalere sono i momenti ambient (la plumbea e opprimente “Shelter”): si percepisce un senso di vuoto, una tensione ammorbidita in un paio di punti solo grazie all’inclusione di arpeggi di chitarra, che leniscono le ferite in “1-2-1” e nella parte finale di “I Believe In God, When Things Are Going My Way”, con la voce di Richie Culver, altro artista concettuale e improvvisativo della nuova scena inglese.
L’intento del lavoro è ben rappresentato dal titolo: definire un sound design in grado di possedere le medesime caratteristiche della pittura in chiaroscuro, indagando le possibili combinazioni delle diverse tonalità di grigio che possiamo immaginare. Esattamente quanto espresso dalla tecnica monocromatica così detta del “grisaille”, utilizzata con l’obiettivo di rendere le immagini marmoree, proprio come il soggetto scelto per la copertina. Un grigio osservato nell’atmosfera, ma pronto a proiettarsi all’interno dell’anima, un paesaggio cupo reso in musica da Rainy Miller e Space Afrika attraverso l’utilizzo di ritmiche frammentate, suoni spezzettati, scomposti e ricomposti, astrazioni in realtà iper-realistiche, che ci consegnano un landscape metropolitano sofferto, dipinto ancor meglio di qualsiasi opera pittorica.