Dopo il debutto omonimo, i boliviani Ultimos Glaciares pubblicano il loro secondo lavoro “Ceremonias” e si confermano un gruppo degno di attenzione nella scena indie e darkwave sudamericana attuale.
Fin dall’iniziale “Divino Misterio” si scorge la vena decadente e cupa che accompagna quasi ogni traccia. Tamburi battenti e bassi in primo piano richiamano le atmosfere oscure di Robert Smith e compagni. Il singolo trainante “Las Nubes” intreccia una linea di basso elegante con il crepitio di chitarre melodiche. Le voci quasi in lontananza infondono un’essenza onirica e tradiscono la predilezione della band verso sonorità tra post-punk e dream-pop. “Akira 2023” pone le sue basi su uno sfondo shoegaze, così come anche “La Explosion”, che con i suoi sei minuti si attesta come la traccia più lunga dell’album.
Gli Ultimos Glaciares presentano un suono sfaccettato che sfugge a facili classificazioni. “Labios Ultramar" e “Shangai Kid” risuonano, ad esempio, prettamente alternative rock. Tracciando paralleli con la scena recente contemporanea, sfumature di Diiv emergono nella loro miscela di new wave e shoegaze, mentre i loro momenti più ringhianti si riallacciano maggiormente, anche per via dell’assonanza linguistica, all’esperienza di altre band sudamericane (Vaya Futuro, El Zar).
Al netto di qualche episodio minore (“Azul”, “Gatopark” e la scialba title track), la band boliviana mostra una brillante solidità e una voglia di superare in maniera personale gli elementi derivativi che sono, tuttavia, presenti. Il disco potrebbe rivelarsi un ottimo trampolino di lancio, spingendo gli Ultimos Glaciares verso il riconoscimento e l'affermazione anche al di fuori dei confini nazionali.