Nata a Miami e vissuta a Manhattan, scoperta da Anton Newcombe dei
Brian Jonestown Massacre, coinvolta da
Bill Callahan in un paio di progetti discografici ("Goodbye Little Doll" degli EZ T e "
Supper" di
Smog), Sarabeth Tucek è una musicista americana autrice di un interessante esordio nel 2007, quindi scomparsa dalla scena dopo un non esaltante secondo album ("Get Well Soon", 2011).
Tornata alla ribalta della cronaca giornalistica dopo aver fatto da
open-act a
Bob Dylan, Sarabeth Tucek, ora SBT, chiude un lungo periodo di silenzio pubblicando un doppio album, "Joan Of All", un progetto con il quale prova a scrollarsi di dosso anni di ripensamenti, sconfitte personali, dubbi e isolamento.
Quindici brani per un disco non facile, che per l'autrice rappresenta un vero e proprio
outing emotivo, "Joan Of All" resta in parte fedele al folk spettrale e al delicato rock-noir degli esordi, con l'ombra di
Lou Reed dietro le non troppo ruvide sonorità, non prive di una suggestiva vena poetica.
Il magnifico urban-blues infettato di psichedelia di "13th St, #1", il pulsante crescendo emotivo folk-rock-noir di "The Box" e il tremolio
post-rock di "Cathy Says" restituiscono un'autrice in piena forma, pronta a una svolta artistica dopo un tortuoso percorso riassunto in struggenti e deliziose ballate psichedeliche ("Sheep"), ingannevoli folk-pop dalle insolite matrici
goth ("The Gift"), vellutate e desertiche canzoni d'amore e solitudine ("Unmade/The Dog") e una struggente ballata alla
Mazzy Star come "The Tunnel".
La lunga durata dell'album e la complessità dei riferimenti (dai
Led Zeppelin in "Happiness" a
Nick Cave in "The Living Room") a volte smorzano la potenza dell'insieme, ma nonostante tutto "Joan Of All" certifica una rinascita artistica e riporta in auge un nome da tenere d'occhio e d'orecchio.