Fermi tutti! Se state immaginando che "Revealer" sia il solito noioso album cantautorale, l'ennesimo progetto folk dai toni intimi e confessionali, siete fuori strada. Madison Cunningham è si cresciuta a pane e
Joni Mitchell, ma, diversamente da molte sue colleghe, non si è fermata a "
Blue" (Madison ha recentemente dichiarato che nessun artista potrai mai imitare l'essenza e lo stile della Mitchell). Ha quindi sviscerato l'arte del
songwriting ascoltando
Bob Dylan e
Tom Waits, ha eletto a propri eroi autentici geni delle sei e dodici corde come
Ry Cooder,
Juana Molina e Jon Brion, adora e ammira con deferenza
Rufus Wainwright e
Fiona Apple, e qualche volta si lascia anche influenzare dai
Beatles.
Le composizioni della cantautrice californiana sono avventurose, piene d'imprevisti: il suo particolare stile chitarristico, ricco di terzine melodiche e dissonanze, prive di assolo e improvvisazioni, non è molto ammaliante, ma in quanto a potenza evocativa e abilità narrativa, ha pochi rivali.
Registrato live in studio con i produttori Tyler Chester e Mike Elizondo, e i musicisti Dan Wilson e Mikky Ekko, "Revealer" è un set di canzoni dal fascino acuto, tagliente.
Riff e originali fraseggi chitarristici donano a ogni brano un'identità ben precisa, a partire dal singolo "Hospital", un'autentica cascata d'energia pop-rock che a qualcuno ricorderà
Aimee Mann, un'affinità che riecheggia anche nella più intricata, dissonante e rabbiosa "Your Hate Could Power A Train".
La verità è che nessun album pop-rock contemporaneo suona come "Revealer". Il virtuosismo ritmico del trascinante rock-jazz-soul di "Our Rebellion", il contagioso
refrain della romantica e briosa "Who Are You Now" e l'agile architettura jazz-folk dalle infinite sfumature ritmiche e chitarristiche di "All I've Ever Known" sono inconsuete e originali fisionomie art-pop, per nulla inclini alla faciloneria e alla mestizia umorale.
Anche quando si rallenta il passo, aprendo le porte alla fascinazione acoustic-folk, non c'è spazio per la prevedibilità e la routine, gli accenni più rarefatti di "Sunshine" sono infatti solo un'illusione: un articolato
uptempo ne frantuma l'avvenenza con asimmetriche armonie.
Dedicata alla nonna scomparsa, la superba "Life According To Raechel" è l'unica e gloriosa oasi lirica e malinconica: gli archi prendono per un attimo il sopravvento mentre la ragazza di Costa Mesa offre un'interpretazione che lascia il segno: non è azzardato esaltarne la grazia e l'eleganza eleggendola tra le migliori canzoni dell'anno (un po' come è accaduto qualche anno fa con
Angel Olsen e la sua "Chance").
La confidenzialità con una moltitudine di strumenti - Madison suona il basso, la batteria, il mellotron, il violoncello, percussioni, la chitarra e il piano - offre il supporto necessario alle stravaganze etno-pop-jazz di "Collider Particles", al giocondo valzer di "Sara And The Silent Crowd" e alle esotiche acrobazie armoniche di "In From Japan", ulteriori tasselli di un disco stimolante e arguto. A questo si accodano testi sempre pregnanti e mai banali, che meriterebbero un capitolo a parte, e che completano un quadro creativo ricco di sorprese.
Già nominata per ben due volte ai Grammy Awards e con un curriculum ricco di collaborazioni importanti (
Andrew Bird,
Jackson Browne e
Blake Mills), Madison Cunningham è uno di quei nomi che sentiremo ancora per molto, e se il suo futuro sarà all'altezza dell'incedere sfrontato e sicuro di "Revealer", ci sarà sicuramente molto di cui rallegrarsi.