È un disco ipnotico fin dalla sua copertina, questo esordio sulla lunga distanza di Ben Marc. Il produttore e polistrumentista cresciuto tra Birmingham e i Caraibi, e affermatosi nell’ultimo decennio come una delle personalità principali della scena
jazz britannica, arriva finalmente al primo Lp in proprio, dopo aver collaborato tra gli altri con
Mulatu Astatke,
Sun Ra Arkestra, Dizzee Rascal,
Jonny Greenwood,
Matthew Herbert,
Tina Turner e aver pubblicato un paio di Ep, tra i quali spicca in assoluto Breathe Suite dello scorso anno, che si fregia anche della partecipazione di
Shabaka Hutchings.
Glass Effect è un disco che cattura fin dalle prime note, capace di mettere insieme
Mount Kimbie e Common, tanto quanto
J Dilla,
DJ Shadow, non è un caso che nel 2020 Marc abbia guidato un
ensemble jazz per suonare il capolavoro “
Entroducing…” nella sua interezza durante uno dei celebri Classic Album Sundays al Camden Town’s Jazz Café, è
Moby, come lascia subito intendere la trascinante “Way We Are” posta in apertura, a irretire con le sue chitarre
upbeat in una danza atmosferica e notturna.
“Sometimes Slow” gioca tra percussioni legnose e
downtempo. “Dark Clouds” lancia la decisa voce del poeta nigeriano-britannico Joshua Hidehen su di un canovaccio jazzato in cui fiati e piano si inerpicano in crescendo continui, mentre “Straight No Chaising” si fa vellutata e misteriosa, tra luci sfocate e ambient pop.
Ed ecco servito in soli quattro pezzi un vasto campionario delle possibilità illimitate di Ben Marc, abilissimo nell’amalgamare campionamenti e strumenti vivi, lasciando l’ascoltatore in trance. E il bello deve ancora venire.
Tra clapping e arpeggi delicati, “Give Me Time” è reso un piccolo instant classic dalla voce di Judi Jackson, ma incredibilmente è anche uno dei momenti più prevedibili del lotto, capace però di mostrare le potenzialità pop del nostro e l’abilità nella scelta e nella gestione degli ospiti, confermate poco dopo nella fiabesca e meravigliosa “Keep Moving”, portata nell’empireo dalla celestiale voce di MidnightRoba (già presente, con risultati altrettanto incredibili, in “Breathe Suite A”).
Non c’è un secondo, in “Glass Effect”, in cui non ci si senta trascinati in un ballo leggero e incantatore, portato tra sentori orientali e lisergici dalla brezza pizzicata di “This Time Next Year”, elettrizzato nelle pulsioni house di “Jaw Bone”, avvolto tra gli ingranaggi della natura di “Mustard”, o ancora rapito dalla sensualità di “Make Way” e dal basso scivoloso e lascivo di “First Batch”.
Insomma, Ben Marc si prende finalmente il centro del palco in solitaria e sembra trovarcisi estremamente confortevole, senza mai strafare, senza mai voler essere la stella unica dello spettacolo, ma anzi presentandoci la sua immagine attraverso un vetro che la trasfigura ma non la deforma, mettendone in risalto ogni piccola ed elegante sfaccettatura.
Se in questi dieci anni Ben Marc è stato nascosto in piena vista nel panorama jazz Uk, ora si mostra proprio celandosi, in ogni dettaglio.