Mariuk - Blue Days

2021 (self released)
alt-folk
E se il mondo non fosse colorato? Se fosse solo un inganno dei sensi? I Northwest nei due pregiati album di ethereal-wave orchestrale pubblicati nel 2019 hanno offerto una possibile risposta, celebrando le infinite possibilità delle sfumature in bianco e nero che la natura offre all’arte, al linguaggio e alla percezione emotiva.
Per Mariuca Garcia-Lomas e Ignacio Simón è però arrivato il momento di affrontare l’illusione del colore, ed è quello che è accaduto nei due album solisti. Ignacio Simón ha attraversato il confine abbandonando le sfumature di grigio per un tono decisamente noir, oscuro, plumbeo, materia organica del poetico e sospeso incanto di “Old Friends”.
E’ il blu, invece, il colore predominante dell’album di Mariuca Garcia-Lomas. “Blue Days” è il disco del discernimento e della logica, un percorso creativo-musicale che corrisponde anche all’impegno dell’artista nel cimentarsi con il mondo cantautorale, cominciando dall’abbandono dell’elettronica per il suono scarno e vibrante della chitarra.

Il momentaneo distacco dei due musicisti - ma ad onor del vero Ignacio Simón si è occupato del mastering del progetto - ha liberato un travolgente flusso di energia lirica e poetica. L’album è il risultato di un percorso intrapreso il primo gennaio del 2020: Mariuca ha preso confidenza con la chitarra, imparando a suonare lo strumento affidandosi alla propria sensibilità d’autrice e accantonando il consueto perfezionismo per un suono scarno e approssimativo, dal forte impatto.
L’affascinante diario di Mariuk (nome d’arte per la carriera da solista) è composto da dodici canzoni, come dodici sono i mesi dell’anno; il telaio sonoro è un sottile suono shoegaze/dream-pop, un continuo loop di scarni accordi di chitarra elettrica plasmato e modellato dalla voce di Mariuca.
A volte il riverbero della chitarra sommerge il canto (“Sad”), la trama melodica quasi svanisce (“Now I Understand”), l’atmosfera diventa perfino greve, aspra (“Hunger”). “Blue Days” fa della propria spoglia natura il germe di una viscerale e impavida autonomia stilistica.

L’impetuoso brio armonico delle dodici tracce corteggia il fascino austero di Hope Sandoval (“Void”), i grandi spazi dell’immaginario musicale/cinematografico di Lana Del Rey (“Son”) e le ovattate e sognati melodie minimali dei Cocteau Twins (“Leaves And Alcohol”). Attinenze stilistiche non tanto estetiche quanto intellettuali, tracce e sedimenti di una musica introspettiva eppur ricca di una tensione e di una natura empatica che catturano l’anima.
E’ difficile restare impassibili al cospetto dell’intensità di brani come “The Frog”, “The World Is Yours” o di “Blue”, gioiellini armonici e lirici che non hanno molto in comune con l’autoreferenziale mondo del cantautorato indie-folk. Ed è in questa essenzialità e spessore della scrittura che risiedono il fascino e la potenza di un album come “Blue Days”. 




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