Attivo come frontman della band post-punk Fufanu, l’islandese Kaktus Einarsson debutta come solista con un disco il cui titolo è già tutto un programma: “Kick The Ladder”. Il compositore islandese ha infatti come scopo quello di rifuggire da una "scala sociale" tanto impervia quanto inutile. E lo fa attraverso 12 canzoni in cui l’analisi di un approccio migliore con le persone gioca un ruolo chiave. Non solo. C’è anche spazio per drammi sociali come la recente deportazione degli immigrati e delle loro famiglie dall’Islanda. “Hypnotized”, con il suo climax trasognato reso possibile dal piano preparato di Thibault Gomez e dagli accordi celestiali della chitarra, è, infatti, una critica implicita alle generazioni più anziane di islandesi che fingono di non sapere, assecondando così le soluzioni politiche più “infami”.
Diventato padre da poco tempo, Kaktus espone la sua nuova missione rifugiandosi nei ricordi felici dell'infanzia (“Oceans Heart”), non senza prima osservare la scarsa propensione dell’uomo maturo verso la vita reale, quella per cui sarebbe opportuno spendere il proprio tempo. Un concetto ripetuto in forma diretta nell’allegra “‘Story Of Charms”, altra istantanea sul tempo che scorre e le sue risacche. E' una tensione in buona parte trattenuta in ogni passaggio, e che diventa snervante solo in “No Runaway”, ballata noir dai contorni elettronici appena esposti e dal refrain immediato.
“Questo disco - racconta il cantautore nella nostra intervista - coinvolge i miei pensieri e il mio rapporto con l’ambiente esterno; possa essere quest’ultimo tra me e altre persone, strutture o natura. Non mi piace vivere nella paura. Quindi spero solo che impariamo a essere buoni e a rispettarci l'un l'altro e preservare il nostro pianeta al meglio per le generazioni future”. Sogni condivisi di un menestrello gentile, che ricama la propria musica avvalendosi di scelte in apparenza semplici, tra ritmiche esotiche, “Daydream Echo”, e partiture da teatrante d’altri tempi (“Gone To Bed”).
Einarsson è, in fondo, un crooner in giacca e cravatta, dalla voce calda ma tutt’altro che roca. Se dovessimo inquadrarlo con qualche parallelo di circostanza, si potrebbe scomodare addirittura David Sylvian. Il musicista islandese possiede la medesima tipologia di scrittura; gioca dunque con archi, corde e fiati dando vita ad atmosfere sospese in un tempo inevaso (“45rpm”).
Einarsson ha, per giunta, anche la stoffa del talento precoce, di quelli che iniziano a suonare strumenti elettronici all’età di dieci anni, nel caso specifico all’interno del collettivo Ghostdigital. Con la sua band, Fufanu, ha aperto i concerti di Radiohead e Red Hot Chili Peppers nella sua città, i Blur a Hyde Park, oltre a rientrare in cartelloni di festival importanti, tra cui Primavera Sound, Rock Werchter, Musilac e Down The Rabbit Hole.
Prodotto a Reykjavik in collaborazione con il compositore elettronico svizzero Kurt Uenala, aka Nyll & Void (Depeche Mode, The Kills, Moby, Black Rebel Motorcycle Club, giusto per citarne alcuni), “Kick The Ladder” è stato ultimato a New York. Un disco che racchiude la prima traversata artistica in solitaria di un musicista completo. In tal senso, non è un caso che la struttura di base dell’album nasca da un amplesso tra classica e pop music della miglior specie, grazie anche alla presenza costante del compositore francese Thibault Gomez, chiamato in causa da Einarsson per ampliare uno sguardo di base estremamente attento e di ampie vedute.
“Space Soul”, con il suo timbro vagamente persiano, è, appunto, la sublimazione di tale visione. Così come il mood balneare con passo sbilenco di “Chimes”, incrocio impossibile tra Neon Indian e Damon Albarn, chiude a sorpresa un'opera raffinata come poche altre in questa prima metà del 2021.